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Cronache dall’Oltremondo di Giovanni Bertani: Carlo Cassola e i suoi tempi memorabili

di Giovanni Bertani #CronachedallOltremondo twitter@parmanotizie #CarloCassola

 

Ti amo per le tue stradette miserabili
 per ogni palmo di terreno sfiorato dalla fanciulla
 che mi sorrise un giorno di luglio or è un anno.
[DA: Tempi Memorabili]

 

A parlare di Carlo Cassola, ci vorrebbe uno stile “cassoliano“, ma non è possibile in quanto irriproducibile. Chi legge Cassola non ricorda di avere letto Cassola. Gli torna in mente solo se c’è l’occasione. La trama non è che un’idea vaga; quello che rimane è l’atmosfera schiva, i personaggi rarefatti, gli ambienti tanto comuni da non soffermaci. Le parole che usa sono uno specchio che riceve, ma non trattiene. Un testo di Cassola è un gesto immediato che immediatamente va colto prima che si perda per sempre.

Una calda sera di giugno camminavo con un amico alla ricerca del fresco. Parlavamo di letteratura, un argomento inusuale tra noi non “engagé”, che non abbiamo bisogno di sentirci dei letterati per affrontare certi argomenti.

Discutevamo di intreccio narrativo e della tirannide dilagante degli attuali schemi per cui una storia è plausibile (leggi: vendibile) se, guardando dentro un tombino, ci trovo un pagliaccio che sorride invece che la spazzatura, purché soddisfi la sequenza: premessa, punto di svolta, intreccio, soluzione e trasformazione. Cosa non si farebbe pur di vendere.

Alla seconda birra gelata, servita da una barista dallo spacco profondo sul petto, siamo finiti sugli autori capaci di raccontare storie indipendentemente da certi schemi. Per esempio, Carlo Cassola, uno che non si è mai prostituito a certe esigenze.

“Tempi memorabili” non è un libro dalla copertina accattivante e non è neppure tanto voluminoso. Se leggete per fare bella figura o fregiarvi del titolo di lettori forti, pertanto, non fa per voi. In compenso, l’edizione nelle mie mani contiene una bella introduzione di un certo Ludovico Poli di cui non so niente se non che sa tenere in mano una penna.

La storia è senza fronzoli. Fausto, un ragazzo, va al mare per tutto il mese di luglio con sua madre. Incontra vecchi amici, ne fa di nuovi, si innamora, torna a casa tale e quale a quello che era prima. Fine. Una vicenda scritta in modo schivo e con l’incedere di una poetica che ha in orrore ogni forma di retorica e senza i luoghi comuni delle aforismizzazioni tipiche di un certo tipo di letteratura, peraltro molto apprezzata. Ma si sa che Cassola è un autore difficile, almeno di questi tempi.

Cassola lo ha scritto alle soglie dei quaranta, un’età tormentata dai primi cedimenti e nessuno avrebbe potuto criticarlo se avesse messo dentro ai pensieri del personaggio la visione amorosa di un quarantenne che osserva se stesso in prospettiva, come uno spettatore alla finestra. Ma Cassola è Cassola e non cade nel facile sentimentalismo.

La vicenda procede per episodi successivi, tra loro slegati, almeno in apparenza. Nel primo capitolo si narra lo svolgersi abituale di tutte le estati, i preparativi per la partenza con la madre e i fratelli, le valige, il treno. L’incipit del libro è “Erano sempre partiti ai primi di luglio”. Il secondo capitolo inizia con “Anche quell’anno arrivarono a Cecina nel primo pomeriggio. Ma erano soltanto lui e sua mamma”. L’avverbio di tempo “sempre” del primo capitolo viene smontato da quella disgiuntiva “ma” del secondo, potente come un presagio.

Qualcosa accadrà, in effetti, e giunge in punta di piedi con l’incontro con una ragazza di nome Anna. L’illuminazione giunge naturale come le parole “A un tratto [Fausto, n.dr.] pensò <<Ma ne sono già innamorato! Me ne sono innamorato subito, fin dal primo momento in cui l’ho vista>>. La rivelazione era giunta improvvisa e Fausto balzò in piedi.”

In “Tempi memorabili” Cassola si sottrae a se stesso e ci mostra una rivelazione non filtrata da alcuna esperienza, il sopraggiungere di un sentimento sconosciuto e privo delle geometrie della ragione e ancora libero dal pregiudizio degli anni. Non v’è, in tutta la narrazione, alcun facile e ben vendibile  cedimento al rimpianto dei famosi bei tempi andati, ed è priva di punti di svolta, di intreccio o di tensione. Tutto è affidato all’immediatezza dello sguardo di un ragazzo, incapace in quanto privo di esperienza, di decodificare ciò che gli accade e ciò che accade intorno a lui. Una non-storia, a stare a ogni scuola di scrittura creativa che si rispetti.

Mi sono domandato cosa ci sia di così memorabile da giustificare il titolo. Una cosa sola: la freschezza di un’anima schiva e solitaria che per la prima volta affronta la vita. Nessun intreccio, nessuna soluzione o trasformazione, ma tutto si sviluppa semplice e lineare come le parole scelte dall’autore una a una, con un rigore feroce, che non fa prigionieri.

Se poi questo genere di narrativa faccia ancora presa sul pubblico, non so dirlo. Penso di no, ed è un peccato perché ci sfuggono tante belle storie che potrebbero essere invece raccontate per aiutarci a riflettere su noi stessi, sui nostri “Tempi memorabili” e ritrovare qualche cosa che vada oltre il semplice intreccio, il brivido provocato da schemi ormai risaputi e stanchi.

Ci sono situazioni ed episodi che ci parlano di noi senza necessità di intreccio. Alla fine della serata, io e quel mio amico siamo usciti dal locale e, come è inevitabile, ci siamo messi a parlare della scollatura della cameriera e del suo sorriso.

Un episodio privo di intreccio. Ma non è forse questa la grandezza, degna di essere raccontata, della vita?

 

(1 agosto 2019)

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