di Maro Maria Freddi

L’allarme lanciato dalla direttrice della Caritas diocesana Maria Cecilia Scaffardi sulle pagine della Gazzetta di Parma non è altro che la cronaca di un fallimento politico e sociale che preferisce la narrazione statistica all’azione risolutiva.
Mentre la mensa di via Turchi ha fatto registrare una crescita rispetto all’anno precedente, si continua a nascondere la realtà dietro il paravento della carità festiva. Non si tratta di tensioni internazionali che spiegano dall’esterno un fenomeno locale, si tratta di povertà strutturale che cresce dentro una città ricca, e che viene gestita invece di essere aggredita.
Risulta inaccettabile che l’istituzione che gestisce quella mensa si limiti a segnalare numeri preoccupanti quando la Chiesa cattolica riceve ogni anno quasi il settanta per cento dell’otto per mille dell’IRPEF, e quando le stime più documentate sul totale dei trasferimenti pubblici verso le sue strutture, tra esenzioni IMU, finanziamenti alle scuole paritarie, contributi di Comuni e Regioni e costi dell’insegnamento della religione, superano complessivamente i sei miliardi di euro annui. A Parma, il maggiore finanziatore della Caritas diocesana è l’otto per mille, dal quale sono arrivati nel 2023 quasi 700mila euro su un totale di proventi di circa 1,68 milioni.

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Leggi l'articolo →Invece di redigere continuamente rapporti che fotografano la miseria senza mai scalfirne le cause profonde, la Caritas dovrebbe iniziare a praticare un’accoglienza reale e incondizionata istituendo percorsi amministrativi, sociali e sanitari.
Il concetto di carità sbandierato durante le festività attraverso il menu a base di anolini e gesti di attenzione familiare si scontra brutalmente con la selezione che i dormitori convenzionali operano all’ingresso, escludendo sistematicamente i più fragili. Mi riferisco a coloro che, definiti “non autodeterminati”, non riescono a sottostare alle rigide regole di queste strutture per fragilità psichiche o per dipendenze, e che rimangono di fatto “fuori campo”.
Un’istituzione che così tanto denaro pubblico assorbe dovrebbe avere la responsabilità di intercettare persone con dipendenze e patologie psichiatriche escluse dai circuiti ordinari poiché il fatto che sia necessario costruire progetti ad hoc per raggiungere chi i servizi tradizionali non riescono a includere dice tutto sulla sistematicità dell’esclusione.
L’attività della Caritas a Parma non è prossimità ma gestione burocratica dell’emergenza, che scarica la responsabilità sugli invisibili definendo la loro condizione come una fatalità immodificabile. Per un pensiero socialista e progressista la dignità umana non si negozia con una fetta di colomba, una cioccolata calda e tante preghiere se poi la sera stessa quelle persone vengono rimesse sulla strada perché non conformi agli standard richiesti dalle strutture.

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Leggi l'articolo →Sarebbe ora che la Caritas sveli cosa intenda realmente per carità. E sarebbe ora di pretendere che la Chiesa restituisca socialmente ciò che economicamente riceve, trasformando alcuni dei propri stabili sottoutilizzati o inutilizzati in luoghi di accoglienza stabile e a bassa soglia. La politica locale smetta di considerare questo sistema come l’unico interlocutore possibile e torni a rivendicare il primato del diritto pubblico sulla beneficenza privata. Non servono preghiere per la pace nei cuori se non si ha il coraggio di dare un tetto a chi vive nel fango dei nostri quartieri, perché la vera pace sociale nasce dalla giustizia e non dalla somministrazione controllata di pasti caldi. Parma non può più permettersi una gestione della povertà che si limita a galleggiare in un mare tempestoso mentre le risorse per costruire porti sicuri vengono drenate da un sistema che preferisce monitorare il bisogno anziché estinguerlo.
L’accoglienza dei non residenti e dei non autodeterminati è il banco di prova su cui si misura la civiltà di una città seconda in Italia solo dopo Bologna nella recente classifica Happy City Index. Su questo terreno la sinergia tra istituzioni e privato sociale sta dimostrando tutta la sua ipocrisia conservatrice.
(8 aprile 2026)
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