Pubblicità

PARMA

Pubblicità

EMILIA-ROMAGNA

HomeCopertina ParmaL'Equivoco della piazza e il dovere della coerenza di una sinistra che...

L’Equivoco della piazza e il dovere della coerenza di una sinistra che sappia scegliere

Iscrivetevi al nostro Canale Telegram


di Marco Maria Freddi
Marco Mara Freddi

L’11 marzo 2026 la Procura di Parma, a firma del procuratore Alfonso D’Avino, ha notificato ventuno avvisi di fine indagine per i fatti del 1° ottobre scorso, quando un corteo a sostegno della Global Sumud Flotilla si concluse con l’occupazione dei binari della stazione ferroviaria cittadina.
Tra i ventuno destinatari figurano due assessori della giunta Guerra, Francesco De Vanna (Sicurezza) e Caterina Bonetti (Servizi educativi), e le consigliere comunali Gabriella Corsaro e Victoria Oluboyo, tutti espressione del Partito Democratico, tutte compagne e compagni di partito. Le accuse contestate, a vario titolo, sono interruzione di pubblico servizio, blocco ferroviario e blocco stradale.
Questa vicenda non è solo un atto giudiziario. È un segnale d’allarme politico. E impone una riflessione che va ben oltre il codice penale.

La magistratura farà il suo corso, e deve farlo. Le carte dell’inchiesta tracciano gradi di responsabilità differenti tra i manifestanti. A quattro attivisti viene contestata l’invasione materiale dei binari. Ad altri due l’aver oltrepassato la linea gialla, sedendosi con le gambe a penzoloni sulla massicciata. I quattro esponenti del PD si trovavano invece sul marciapiede della banchina, senza scendere fisicamente sui binari.
La Procura contesta loro tuttavia un “concorso morale”, la loro presenza costante avrebbe fornito forza e approvazione a chi occupava la sede ferroviaria, concorrendo a determinare la perturbazione del servizio. Sarà un giudice a stabilire se questa ricostruzione regga sul piano penale. Non è compito di nessuno anticiparne l’esito, né in un senso né nell’altro.
Detto questo, esiste un piano distinto da quello giudiziario: il piano dell’opportunità politica e della coerenza istituzionale. È su questo terreno che una sinistra dignitosa non può tacere.

Come ha sottolineato con lucidità lo storico Fiorenzo Sicuri, il conflitto tra “Piazza” e “Palazzo” ha raggiunto a Parma, e più in generale in Italia e nel partito, un punto di rottura difficilmente ignorabile. C’è un paradosso evidente nel vedere un assessore con delega alla Legalità coinvolto in un’inchiesta per interruzione di pubblico servizio e blocco ferroviario.
Non si tratta di mettere in discussione il diritto di manifestare, che è sacro e inalienabile. Si tratta di interrogarsi su dove, come e con chi si sceglie di farlo quando si è titolari di una responsabilità pubblica verso i cittadini.
Una sinistra di governo, responsabile e pragmatica, non può scendere a patti con l’illegalità come metodo di lotta.
Manifestare per la pace è un dovere civile. Ma trasformare la protesta in un danno alla quotidianità dei cittadini è un errore politico. E mina la credibilità di chi quella città deve amministrarla. La legalità non è un accessorio. È il presupposto della democrazia.

Il punto più dolente riguarda però la scelta degli interlocutori e dei compagni di viaggio. Esiste un confine invalicabile tra il pacifismo costruttivo e chi usa i simboli della pace per mascherare ideologie di odio.

Il comunicato della Casa della Pace di Parma, pubblicato il 12 marzo 2026 il giorno dopo la notizia degli avvisi di garanzia, parla di “tentativo di trasformare un’istanza di giustizia in un crimine” e rivendica la legittimità della mobilitazione. È un linguaggio che conosciamo bene, è il linguaggio di chi si considera al di sopra della legge in nome di una causa superiore, di chi veste la protesta di una sacralità che la rende intoccabile. Una posizione che non può più vedere l’amministrazione parte delle iniziative della Casa della Pace.

Non si può essere “costruttori di pace” quando alcune delle realtà che compongono quella rete inneggiano ad Hamas come a una forza partigiana, o quando si auspica apertamente la scomparsa di Israele, la cancellazione di uno Stato e di una società, quando la violenza è la cifra della propria pratica politica. La pace, quella vera, non si costruisce con chi la usa come scudo retorico.
La sinistra di governo deve avere il coraggio di scegliere i propri compagni di strada.

Sfilare accanto a chi brucia bandiere o nega il diritto all’esistenza dell’altro non è un atto di dignità né di solidarietà. È un errore politico e morale insieme. La solidarietà non può essere a senso unico, né può diventare un avallo implicito a chi rifiuta le basi stesse della democrazia liberale.
Questi gruppi non sono parte della soluzione. Sono parte del problema.

Lo spirito critico della sinistra deve evitare la trappola in cui cade troppo spesso: misurare la propria condotta in rapporto alle manchevolezze altrui. Non è argomento sufficiente osservare che un membro del governo nazionale temporeggia su una situazione giudiziaria ben più grave, puntando sui meccanismi della prescrizione. Può essere vero, e probabilmente lo è.
Ma una sinistra di governo non si giustifica indicando chi fa peggio. Si giudica da sola, con uno standard più alto, non più basso. L’autocritica non è una debolezza. È la condizione perché quella sinistra abbia ancora qualcosa da dire ai cittadini.

Non è necessario rinunciare ai propri ideali per essere responsabili. In Europa esiste una sinistra di governo che indica una strada possibile: è quella di Pedro Sánchez in Spagna.
Sánchez ha saputo prendere posizioni coraggiose sulla tragedia di Gaza, distinguendo con rigore tra oppressi e oppressori, senza risparmiare critiche durissime quando necessario. Ma quella di Sánchez è anche una sinistra che non si schiera con chi brucia bandiere, che non occupa infrastrutture pubbliche, che sa distinguere tra nonviolenza e pacifismo e tra strumenti per costruire la pace e la strumentalizzazione della pace.

È la dimostrazione che si può essere fermi nel difendere i diritti umani senza scivolare nell’ambiguità ideologica o nella complicità con chi rifiuta le regole della convivenza democratica.
La vicenda di Parma merita dunque una riflessione pubblica e onesta, non solidarietà automatica né minimizzazione. La giunta Guerra e gli esponenti coinvolti, una volta chiarita la propria posizione davanti alla magistratura, devono offrire alla città anche una riflessione politica su come si manifesta, con chi, e secondo quali criteri si sceglie il campo in cui stare.

Essere responsabili significa capire che la solidarietà verso i civili di Gaza non può passare per l’avallo, neanche implicito, di chi tifa per il terrore.
Lasciamo che la legge faccia il suo corso sui singoli reati. Ma la politica non aspetti le sentenze per dichiarare che tra la responsabilità di governo e chi inneggia alla violenza esiste un muro invalicabile.

Parma merita una sinistra che, come quella europea, sappia stare dalla parte della giustizia senza mai smarrire la bussola della legalità e del rispetto istituzionale. Quella bussola non è una concessione alla destra. È la condizione perché la sinistra abbia ancora qualcosa da dire.

 

 

 

(14 marzo 2026)

©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Parma
cielo sereno
10.2 ° C
10.2 °
10.2 °
89 %
2kmh
10 %
Lun
17 °
Mar
14 °
Mer
12 °
Gio
14 °
Ven
11 °
Pubblicità

CRONACA EMILIA-ROMAGNA