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“I Sette Pilastri della Saggezza”. Le “Cronache dall’Oltremondo” di Giovanni Bertani

di Giovanni Bertani #Lettipervoi twitter@parmanotizie #Letteratura

 

Mi sono spinto a leggere “I sette pilastri della saggezza” perché l’Islam mi è sconosciuto, incompreso, e non me la sono mai sentita di farmene un’idea basandomi sui fatti recenti, peraltro riportati da articoli costruiti su epigrammi o aforismi privi di profondità storica. Una vecchia edizione, suddivisa in due tomi, ha sempre occupato un posto d’onore negli scaffali della libreria di mio padre. Fin da ragazzo mi aveva colpito la dedica a Dahoum, il servitore e guida di Lawrence morto di tifo, posta all’inizio della narrazione nella quale è contenuta l’intera sinossi e le motivazioni che hanno spinto un giovane ufficiale dei servizi segreti britannici a sposare la causa araba della liberazione dall’Impero Ottomano.

“I sette pilastri della saggezza” può essere letto su vari piani: quello storico, antropologico per come descrive uomini e ragioni, e narrativo, cioè letterario. L’autore, anche personaggio, aveva una solida preparazione. Archeologo e linguista, Lawrence aveva alle spalle un libro sui castelli crociati e una traduzione dei testi omerici. La sua è una scrittura elegante, quasi aristocratica, e per certi versi superata da autori che gli sono succeduti, ma sempre piacevole. La difficoltà oggettiva del testo, per chi è abituato a narrazioni in cui l’azione prevale, risiede nell’odierna disabitudine al ritmo adagio, e nel fatto che i discorsi diretti, nei quali secondo una certa scuola narrativa avvengono le azioni, sono ridotti all’osso a favore dei discorsi indiretti. Tutto accade nella mente di Lawrence, la quale registra, considera, riassume e riporta. Non è costruito come i romanzi più moderni, con punti di svolta in un senso o nell’altro, ma piuttosto come un continuo instancabile divenire verso una meta imprecisata. Un viaggio nel deserto alla ricerca, giorno per giorno di pozzi per abbeverarsi cui giungere assetati.

La storia si svolge durante guerriglia condotta dall’emiro Feisal dal 1916 al 1918, fino alla capitolazione di Damasco, passando per l’espugnazione, epica, di Aquaba. “Damasco non mi era sembrata un degno fodero per la mia spada, allorché sbarcai in Arabia” confessa Lawrence. Ma presto ne comprende l’importanza politica per l’altro personaggio, l’emiro Feisal che incontrerà per la prima volta nella sontuosa tenda nel Wadi Safra dopo un estenuante viaggio a dorso di cammello nel deserto da Jedda  (Jidda, nel testo originario, ove ancora vi è la tomba di Eva, sebbene soffocata dai casinò e dai Mc Donald’s). “E vi piace il nostro campo?” gli domanda l’emiro. “Molto, ma è lontano da Damasco”. Per la prima volta gli uomini del deserto lasciano il loro paese in armi ed entrano in territorio altrui non con la mira del saccheggio o lo stimolo di vendette di sangue.

Non siamo più Arabi, ma un popolo” dice lo sceriffo Abd el Kerim a Lawrence misurando col braccio la vallata gremita di uomini radunati da Feisal. L’emiro Feisal, cui nome significa “la spada che lampeggia nell’atto di colpire” è l’uomo chiave, dotato di grande senso pratico e del carisma necessario per riunificare un mondo fatto di sabbia e sole, diviso in una miriade di tribù. Bellissima l’immagine di Feisal che si addormenta all’aperto alle quattro di mattina dopo avere dato le ultime istruzioni, con l’ufficiale di guardia che dopo essersi accertato che si sia addormentato lo copre col suo mantello. Fin dall’inizio Feisal si rifiuterà di dare un connotato religioso alla guerriglia, il suo credo di battaglia è l’indipendenza nazionale. “I Cristiani si combattono fra di loro. Perché i Maomettani non dovrebbero fare lo stesso? Noi vogliamo soltanto un governo che parli l’arabo, la nostra lingua, e ci lasci in pace”.

L’emiro Feisal e Lawrence, sono antitetici ma hanno bisogno l’uno dell’altro. Tra loro vi è un conflitto culturale, politico, caratteriale evidente, ma sottomesso allo scopo finale. “Per il momento siamo legati agli inglesi per necessità: felici d’esser amici loro, grati per l’aiuto che ci danno, ansiosi del vantaggio che ne verrà ma noi non siamo sudditi inglesi. Ci sentiremmo più a nostro agio se gli inglesi non fossero così sproporzionatamente grandi per noi”.

Sebbene i fatti narrati siano lontani, offuscati dal successivo conflitto arabo israeliano e, più recentemente, dalle guerre religiose condotte da organizzazioni come l’ISIS, le parole di Feisal, prive di strumentalizzazioni da prima serata, hanno un peso profetico. “Hanno fame [gli inglesi e, più in generale l’occidente] di terre deserte; perciò un giorno, l’Arabia potrà sembrare loro preziosa. La vostra idea del bene è diversa dalla mia. E tanto un bene quanto un male, imposti con la violenza, sono causa di dolore. Forse che il metallo ammira la fiamma che lo trasforma?

Se Feisal profetizza, Lawrence è il personaggio che si volge indietro, alla ricerca di una sacralità perduta nel mondo cui appartiene per ritrovarla nel deserto. Parlando del mondo arabo, inevitabilmente egli parla del deserto e dell’irresistibile attrazione che esercita sulle persone civilizzate. Non perché vi trovassero Dio, ma perché in quella solitudine udivano più limpido il verbo che portavano in loro. Ma, a una lettura più profonda ci si accorge che, in questo passo, Lawrence parla di se stesso, un uomo che trova il piacere nell’abnegazione, nella rinuncia, nell’usar forza a se stesso. Più avanti, nel momento in cui gli viene assegnato l’incarico di tornare da Feisal, è riluttante e si descrive come una persona che aveva sempre preferito le cose alle persone, le idee alle persone, incapace di indirizzare gli uomini verso una meta, l’antitesi del leader. Mano a mano che la narrazione procede si comprende che è l’incanto del deserto che gli da alla testa, la perdita di legami materiali, la libertà di là da ogni dubbio o esitazione. Rileggendo in questa chiave si comprende il senso dell’avventura di Lawrence, del suo sogno solo casualmente coincidente con quello della causa araba.

Feisal e Lawrence hanno dunque la meta comune di Damasco, ma se per il primo è una meta politica, per il secondo è un pretesto di cui, forse, nemmeno si accorge, vale a dire la ricerca del proprio verbo, di un’anima perduta. Hanno punti in comune, tra cui l’inconfessabile consapevolezza della propria incapacità strategica, come quando, dopo una dura sconfitta causata dalla defezione di una tribù che doveva proteggerli al fianco, scoprono che in verità non si trattava di una defezione, ma di una pausa per bere un caffè dopo tre ore di dura battaglia. Tutti e due sono anche vittime e strumenti inconsapevoli dell’infame trattato Sykes-Picot che avrebbe spartito le aree di influenza delle grandi potenze nel Medio Oriente, cui gli arabi, e soprattutto Feisal, sono stati tenuti all’oscuro.

La lettura di questo libro lascia la sabbia nelle scarpe e brucia gli occhi. Lawrence resterà per sempre un eroe leggendario o, come diranno i francesi un eroe manquè. Ormai incapace di uscire da se stesso morirà in un misterioso incidente motociclistico nel 1935. Feisal, dopo essere stato Re Feisal d’Iraq morirà nel 1935, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e senza aver visto la riunificazione di quel mondo per il quale aveva combattuto. Entrambi eroi in un mondo che non aveva più bisogno di eroi, che si avviava al bisogno fondamentale, essenziale di oggi: una connessione wi-fi molto veloce, nuovo Dio nel quale specchiarsi, nuovo deserto senza verbo.

 

 

Il sogno tradito di Lawrence
“I sette pilastri della saggezza”
di T. E. Lawrence
(Bompiani Overlook, XXI edizione febbraio 2000)

 

 

Apriamo con questo bel pezzo di Giovanni Bertani la nuova rubrica culturale-letterari di Parma Notizie su Gaiaitalia.com Notizie che speriamo incontri il vostro favore.

 

 




 

 

(2 maggio 2019)

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1 Commento

  1. Una scrittura leggera anche se l’autore affronta un argomento impegnativo e ancora attuale.

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