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“Où capable croire?” #cronachedall’oltremondo mentre mi cadeva un braccialetto colorato pensando William Travis

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di Giovanni Bertani #cronachedaloltremondo twitter@parmanotizie #Lettipervoi

 

 

Où capable croire?
“Pescicani da vendere”
di William Travis
(Biblioteca Universale Rizzoli, I ediz. BUR febbraio 1976)

Vi è un’antica storia secondo la quale viveva sulla Digue un Ti-Albert, un cultore di magia nera originario delle Mauritius, deriso e privo del rispetto dei pescatori delle Seychelles. Un giorno, lungo la riva, trovò un piccolo pesce martello intrappolato dalla marea. Intuendone la malvagità, gli impose le mani e ne fece il suo schiavo. Quando divenne grande abbastanza gli restituì la libertà e con essa un ultimo comandamento: “Devi nuotare giorno e notte intorno alla linea costiera e ai banchi di Mahé, col tempo brutto e col sereno, senza mai dormire, senza mai riposare, sempre vigile […] e ogni volta che un pescatore si getterà in acqua […] lo divorerai senza lasciargli scampo”. Questa la ragione per cui, secondo Milot Lablanche, un personaggio primario del libro, i pescatori di squali delle Seychelles non sapevano nuotare.

Où capable croire?” conclude sempre Milot. Questa è la frase chiave per decifrare “Pescicani da vendere”, tre parole che contengono la maestà d’ un re, il dolore d’un mondo morente, la comprensione d’un santo, il guanto di sfida al destino.

Sulla copertina del libro da me acquistato per mille lire il 14 luglio 1976, sotto il titolo c’è la sinossi: “L’avventurosa caccia agli squali nelle isole Seychelles”. Stregato  dal desiderio di avventura e di esotismo che il libro prometteva, spesi, all’età di dodici anni, l’intero mensile che mi passava mio nonno per acquistarlo.

Di William Travis si sa poco e quel poco lo si ricava dai suoi tre libri scritti in ordine di tempo:  “Oltre la Scogliera”, “Pescicani da vendere”, e “The voice of the turtle”, mai tradotto. Hanno scarsi riferimenti temporali se non il copyright. L’ultimo  è ambientato lungo le coste della Somalia ed è stato scritto nel 1967, ed il primo, “Oltre la scogliera”, nel 1959. William Travis era un pilota di aerei civili di linea. Durante una sosta a Zanzibar, incontra un gruppo di biologi alla ricerca della Latimeria, il leggendario pesce preistorico noto anche come Celacanto. Capisce che la sua è una vita piatta, senza veri interessi, scopi, sforzo e soddisfazioni. Decide di fare il pescatore di Turbo Marmoratus, una conchiglia molto pregiata per l’industria dei bottoni che vive lungo le scogliere delle isole Seychelles, ma nel frattempo l’industria della madreperla è stata soppiantata da un metodo per riprodurla in modo industriale. Si dedica alla pesca degli squali, ma anche lì viene scalzato dai moderni pescherecci. Allora va in Somalia a tentare la sorte con una fabbrica di carne di tartaruga in scatola, sempre braccato dall’avanzare di un mondo votato a un’omologazione di massa che non concede spazio all’uomo faber individuale.

A bordo della Golden Bells, uno sgangherato peschereccio, insieme a un gruppo raccogliticcio di pescatori creoli, Travis, per due anni, percorre in lungo e in largo l’Oceano Indiano. Durante le lunghe notti alla cappa con gli ami filati a poppa, in balìa delle correnti, avvolto di stracci rinsecchiti dal sole e dal sale, con le carcasse degli squali allineati sul ponte a fargli da materasso, tra tutti l’unico a tenergli compagnia è Milot, il migliore dei timonieri di Mahè, detto Tonton per via dell’andatura dinoccolata, da ubriacone, che una volta a terra spende tutta la paga in bottiglie fino a stramazzare ubriaco dove qualche buonanima lo raccoglie e lo trascina all’infermeria.

Le storie di Milot, senza le quali l’intero libro sarebbe un semplice resoconto di pesca senza né capo né coda, portano magia in fatti semplici. La sua è la voce delle isole, la cassa armonica dell’anima dei pescatori di squali. Lui stesso è un pecheur de requins che considera inferiori i braccianti, i manovali, gli impiegati e i bottegai. Tutti individualisti eppure legati gli uni agli altri sul guscio di noce chiamato Golden Bells, i pescatori di squali descritti da Travis sanno che non diverranno mai ricchi, e non gli interessa.

Sono perennemente afflitti dai debiti di gioco, dalle donne, e inseguiti dai conti da pagare al bar e ogni modo per ripagarli va bene, come nell’isolotto dell’Africa Bar dove, racconta Milot, nei primi anni cinquanta venne trovato un tesoro nella dentiera d’oro di un cameriere cinese di nome Ping Pong, ingaggiato su una mercantile di passaggio, morto di malaria e seppellito senza tanti complimenti sotto la sabbia. Sanno che al primo incidente verranno lasciati a terra, come accadrà a Ishmael che si spezza un braccio contro un arpione conficcato nel ventre di uno squalo morente issato sul ponte che ancora si dimena. Sanno anche che presto andranno a ingrossare le fila dei vecchi rattrappiti dai reumatismi che si scaldano al sole sulle panchine del porto, come Nelson Toll, un creolo naufragato due volte e due volte miracolosamente tratto in salvo, ma con lo spirito spezzato. “Sono contento di essere di nuovo a casa” dice seduto al molo, come sempre. “E mi piace star qui. È tranquillo e silenzioso e nessuno mi disturba”.

Où capable croire?” commenta Milot, una frase che ripeterà un’ultima volta, come una sfida, al momento del commiato con l’autore che si allontana verso le coste della Somalia e osserva Milot a bordo di una piccola barca sul banco che egli amava. Non ci fu nessuno scambio di saluti. Non ve n’era bisogno.

Milot, l’ eroe positivo del libro, resta nelle sue isole in barba al mondo che avanza come un tritacarne e all’inevitabile disoccupazione per amore della sola cosa che apprezza: la facoltà di agire da essere umano indipendente, la libertà di prendere una risoluzione ed esserle coerente. E questi sono uomini autentici.

L’ultima volta che ho sentito parlare di William Travis è stato intorno al 2004. Io e un amico eravamo seduti al tavolo di un ristorante, stravolti dall’incalzare della vita e ci interrogavamo se ne valesse la pena. Lui ha tirato fuori una lettera proveniente dalle Isole Samoa, nella quale lo si invitava ad ammirare i tramonti e le nubi a forma di drago che lì si formavano sul far della sera. La firma era di William Travis. Si erano conosciuti al Cairo anni prima e avevano mantenuto rapporti epistolari occasionali, poi più nulla.

Mi domando se William Travis sia riuscito a sopravvivere a quel mondo da cui è stato inseguito per tutta la vita, o se non sia stato inghiottito dall’omologazione, dai resort in cui ti danno i braccialetti colorati per distinguere se hai diritto solo alla prima colazione o anche al buffet della sera.

Alle Seychelles c’è un cimitero a Mahè e ho cercato, invano, la tomba di Milot Lablanche e di lui, al porto, nessuno ne sapeva nulla. Il giorno prima di tornare a casa, di lontano e a bordo di un motoscafo, ho visto al largo un ometto piccolo, magro e con un cappello di paglia a tesa larga che lasciava cadere le lenze dal parapetto della sua barca. Ha alzato il braccio in segno di saluto e io anche, di rimando fino a quando non è scomparso oltre l’azzurro.

Non dimentichi Milot Lablanche. Io sono Milot Lablanche. Nessun altro lo è. Solo io. Non lo dimentichi, mai. Moi Milot, moi…! Ou capable croire?” avrei voluto che dicesse la voce delle onde, coperta dal rombo dei due  motori fuoribordo spinti al massimo. Eravamo in ritardo per il barbecue prenotato sulla spiaggia di La Digue, dove un giorno era vissuto un Ti-Albert e il suo pesce martello.

Mi accorsi che alzando il braccio in quel saluto il mio braccialettino colorato era volato in mare. Non avrei cenato.

Où capable croire?” ho pensato.

 

 




 

 

(19 maggio 2019)

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