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L’Italia che Resiste. A Parma c’eravamo anche noi insieme a pochi (troppo pochi) altri…

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di E.T. #Parma twitter@parmanotizie #litaliacheresiste

 

 

Saremo impopolari, ma a volte tocca esserlo e non ce ne siamo mai fatti un cruccio. Il 2 marzo eravamo a Parma per la manifestazione “L’Italia che resiste” che abbiamo documentato attraverso una diretta Facebook dalla pagina del nostro quotidiano condivisa poi sul gruppo che riunisce i lettori di Parmanotizie. E che trovate anche qui sotto.

“L’Italia che resiste” andava in scena, è il termine giusto, in moltissime città d’Italia e in alcune di esse con grandi numeri – 200mila persone a Milano.

Parma non è andata così: poche persone, non più di duecento, con la città che indifferente continuava le sue sfilatine in centro storico, lo shopping, con la banda cittadina che celebrava il santo, lo sparuto corteo con majorettes a precederlo cosce al vento per la gioia di coloro per i quali le cosce sono un ricordo lontano, che celebravano il Luna Parl [sic] e dalla piazza, è la cosa più triste, un buonismo insopportabile, inconcludente, fuori tempo, apolitico, anti sociale, apologetico e diretto ai componenti la propria famiglia ideologica che prendono ad ostaggio la questione migranti per la propria visibilità.

I messaggi dal palco sono i soliti e si riassumono in un generale “è colpa vostra se succede questo” ad indicare che se sei sul palco o tra gli organizzatori sei buono altrimenti sei contro; cartelli che recitavano “i muri sono dentro la vostra testa” ad indicare che i colpevoli sono altri, coloro che i cartelli li leggono ad esempio, che sono anche d’accordo, magari, ma che in piazza non amano andarci per ragioni che non conosciamo, ma che sono rispettabili. In quanto scelte personali.

Poi l’intervento di una consigliera di minoranza che parla della proposta fatta al Sindaco di inserire i migranti in uno speciale registro che permetta loro di non essere, in buona sostanza, cittadini invisibili così che possano continuare ad essere erogati i servizi in loro favore come per tutti gli altri cittadini. Un’iniziativa importante. Che va in una direzione certa. Poi la consigliera di maggioranza Nadia Buetto che fa un intervento condivisibile e, secondo noi, centrato. Dice che le poche persone in piazza testimoniano l’incapacità di comunicare l’importanza dei temi che si affrontano al resto della cittadinanza, parla di difficoltà di comunicazione, dice – senza dirlo esplicitamente – che se si combatte l’insulto salviniano con i mezzi dell’insulto salviniano si perde e non si arriva da nessuna parte, pochi gli applausi. Ma ha ragione lei.

 

Arriva immediata la risposta un po’ piccata, e pubblica, di una delle esponenti dell’organizzazione che immediatamente chiarisce, in buona sostanza, perché si preferisce stare sulle barricate piuttosto che cercare il confronto.

In questo paese si è incapaci di dialogare e si cercano gli uguali per fare gruppo e sentirsi diversi tra gli uguali. Si chiama pavidità e col coraggio che serve in un momento come questo non c’entra niente.

Che cosa fai tu che critichi tanto? Mi chiederà qualcuno? Poco, a dire di molti. Che non sia vivere in coerenza con quello in cui credo e fare azioni da privato cittadino che sono anche politiche: editare un quotidiano che, pensa un po’, ha anche numerosi lettori, pur non mandandole a dir quando ritiene che serva, una web radio, organizzare eventi culturali anche su questi temi che circuitano per l’Italia, e criticare costruttivamente senza sentirmi dio e senza circondarmi di persone che si sentono dio. Non m’importa che mi si creda. L’importante è che ci creda io.

Chiusa la parentesi, vorrei introdurvi, impopolarità per impopolarità, ad una esperienza personale sgradevole accaduta proprio nel pomeriggio durante la manifestazione: mentre dal palco un ragazzo africano stava per esibirsi (e se parliamo di qualità dell’esibizione avremmo anche potuto farne a meno, come del cantautorino parmense esibitosi poco prima, ma per certa politica non è importante la qualità di ciò che si fa, ma solo l’esserci), e faceva precedere la sua esibizione da un che cazzo me ne frega di Salvini che nessuno di noi potrebbe pronunciare in nessun paese africano all’indirizzo di un qualsiasi funzionario governativo, mi avvicinavo a tre ragazzi africani ai quali chiedevo cosa pensassero della manifestazione. Non avevo strumenti atti alla registrazione, non facevo video, parlavo con loro da essere umano ad essere umano. La loro risposta è stata il guardarmi come se fossi un pidocchio e fare apprezzamenti cretini sul mio conto nella loro lingua madre che, disgraziatamente per loro, io comprendo e parlo. Ho risposto loro in italiano, cortesemente, che la loro maleducazione e disprezzo per l’altro non erano affatto differenti dal disprezzo che pretendevano di combattere stando dove stavano.

Dubito che mi abbiano capito. E non sono certo che capiscano nemmeno molto dei lettori che si troveranno a leggere questo articolo.

La manifestazione, pochissimo partecipata, anche dal punto di vista dell’empatia, si concludeva con le grida trionfanti dal palco di chi giubilava per le duecentomila persone in piazza a Milano. Ma eravamo a Parma ed anche lì le cose avrebbero dovuto funzionare. Se non hanno funzionato un motivo c’è.

Sorvolo sui saluti da annunciatrice televisiva della volenterorissima donna che dal palco citava canzoni altrui, frasi altrui, con la stessa partecipazione con cui viviamo l’estrazione di un molare, ma l’ironia è per pochi, e ve la risparmio.

Così, amici e amiche, non si va da nessuna parte. Ed è nostra responsabilità, di ognuno di noi, cambiare le cose partendo da noi. E’ facile dare la colpa a Salvini che incita all’odio. Facile come sparare sulla Croce Rossa. Il difficile è dimostrare, nei fatti, coi fatti, che Salvini ha torto e convincere – o risvegliare – gli altri che sono indifferenti per paura. Principalmente. Sapendo che paura e stupidità sono gemelle.

 

 




 

(3 marzo 2019)

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