di Marco Maria Freddi

Ho sempre creduto nell’esistenza storica di Israele come patria del popolo ebraico, nata dalla tragedia della Shoah con una vocazione alla democrazia e alla giustizia sociale che appartiene alle origini di quel progetto nazionale. Continuo a credere che sia possibile una convivenza civile tra israeliani e palestinesi, e che su entrambi i lati esistano forze capaci di costruire piuttosto che solo distruggere. Proprio per questo provo uno sgomento lucido, non retorico, per quello che continua ad accadere dopo il 7 ottobre 2023.
Ho visto la campagna militare a Gaza, che secondo stime minime ha causato oltre 75.000 morti violenti diretti entro gennaio 2025, una cifra che il Lancet stima sottostimata del 35% rispetto ai dati ufficiali, senza contare i decessi indiretti per fame, malattie e collasso sanitario che porterebbero il totale a cifre molto più alte. Le vittime sono in larghissima parte donne, bambini e anziani, e questo dato non è contestato nemmeno dalle fonti israeliane. Ho visto la Cisgiordania, dove i coloni moltiplicano gli attacchi con la copertura esplicita dell’esercito.
L’OCHA ha registrato oltre 4.500 attacchi tra il 2023 e il 2025, con almeno 50 morti, migliaia di feriti e circa 3.900 sfollati. L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din documenta come oltre il 90% delle indagini si concluda senza incriminazioni e solo il 3% dei procedimenti porti a una condanna: non un’eccezione, un sistema.
Energie rinnovabili, la Commissione Territorio integra e modifica il testo sulle aree idonee: ora il voto passa all’Assemblea
La Commissione Territorio e Ambiente dell'Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna ha dato il via libera al progetto di legge sulle... →
Ho visto il mare, dove la marina militare israeliana ha intercettato la Global Sumud Flotilla carica di aiuti umanitari e ha portato centinaia di attivisti nel porto di Ashdod. Un video diffuso dallo stesso ministro Ben Gvir mostra gli attivisti ammanettati a terra, circondati da agenti mascherati, mentre Ben Gvir passa tra loro sventolando una bandiera israeliana. Il ministro grida “Benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa”, definisce gli attivisti “sostenitori del terrorismo” e chiede a Netanyahu di consegnarglieli per rinchiuderli nelle carceri dei terroristi. In un altro filmato si vede un’attivista che urla “Free Palestine” mentre viene sbattuta a terra da un agente. Per dignità di patria sottolineo che il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha accusato Ben Gvir di avere “deliberatamente arrecato danno al nostro Stato in questa vergognosa messinscena, e non è la prima volta. No, tu non sei il volto di Israele”.
I partiti religiosi che sostengono Netanyahu, lo Shas e l’United Torah Judaism, insieme alla destra messianica di Smotrich e Ben Gvir, affermano che la Bibbia attribuisca loro il diritto di fare tutto. Le religioni al potere si dimostrano, come sempre nella storia, tossiche e divisive. Non è una novità, ma è una riprova. È la teologia del privilegio che le fedi monoteiste hanno usato nei secoli per trasformare la fede in giustificazione della discriminazione e della violenza, e che oggi nega il diritto internazionale insieme al buon senso più elementare. Il governo ha imposto una legge che mantiene l’esenzione militare per oltre sessantamila giovani ultraortodossi in aperto contrasto con le sentenze della Corte Suprema. Ha approvato con Ben Gvir una norma sulla pena di morte per palestinesi, ministro che aveva brindato con champagne distribuendo spille a forma di cappio. Ha ordinato lo sgombero di Khan al Ahmar come ritorsione. Ha costruito attorno all’impunità dei coloni un sistema giuridico parallelo dove la legge non vale per tutti.
Da progressista guardo a questi fatti con rabbia lucida e con la speranza che il mio partito, il Partito Democratico, senta la responsabilità di governo dei problemi reali e dei fenomeni strutturali. Attendo con fiducia le elezioni previste per l’autunno 2026, dove secondo i più recenti sondaggi Netanyahu non avrebbe speranze di tornare al governo alla guida della coalizione uscente, con il blocco di opposizione che si conferma stabilmente in maggioranza nella Knesset. È una maggioranza risicata e composita, che include forze assai diverse tra loro, ma è una possibilità reale.
Parma PRide 2026, sabato 16 maggio 2026
Si terrà sabato 16 maggio 2026, alle ore 18:30, con partenza da piazzale Santa Croce, la quinta edizione del Parma... →
Sogno una forza europea socialista che abbia il coraggio di superare la vecchia formula dei due stati due popoli, formula oramai smentita dai fatti sul terreno, e che si faccia promotrice di una proposta federale israelo-palestinese ancorata ai valori dell’integrazione europea. Non è un’utopia priva di precedenti, la Gioventù Federalista Europea e la Union of European Federalists hanno già riunito a Ventotene giovani attivisti israeliani e palestinesi per riflettere sul legame tra federalismo e pace, e lo stesso pensiero federalista aveva ispirato nel 1947 una proposta di minoranza all’UNSCOP per uno stato binazionale con due entità autonome. È una direzione che esiste, che ha radici intellettuali solide, e che il movimento socialista europeo potrebbe fare propria con un’iniziativa politica strutturata.
Sogno che Hamas, Huthi, Hezbollah e l’Iran che li finanzia siano combattuti non con altre guerre che moltiplicano le vittime civili ma con reti internazionali, con il diritto e con sanzioni efficaci a partire da un ONU profondamente riformato.
Voglio un Israele che rispetti lo stato di diritto e il diritto internazionale, dove la legge sia uguale per tutti, dove la critica al governo non venga bollata come antisemitismo e dove la fede non diventi un alibi per la violenza. Questo è il sionismo socialista delle origini, quello del kibbutz e dei sindacati, della lega dei lavoratori e del socialismo ebraico europeo, non il messianismo armato che oggi umilia attivisti inginocchiati su un pavimento di metallo in un porto militare.
(21 maggio 2026)
©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata



