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Il nastro di Bou Craa nel deserto. Ceuta e la verità …

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

Mi viene spesso contestato di mettere insieme questioni apparentemente lontane tra loro. Ma è proprio questo il punto. La politica contemporanea non può essere capita isolando gli avvenimenti. Bisogna seguire i collegamenti, verificare gli interessi e capire chi guadagna quando una crisi ne alimenta un’altra. Partiamo dal Sahara occidentale, ne ho scritto tante volte nel disinteresse generale, perché tutto il resto nasce da questo punto. Il Sahara occidentale è un territorio non autonomo secondo le Nazioni Unite, sottoposto dal 1975 al controllo marocchino. Dopo la fine della presenza coloniale spagnola, il Marocco occupò gran parte del territorio e il conflitto con il Fronte Polisario provocò guerra e sfollamenti. Una parte consistente del popolo sahrawi finì rifugiata in Algeria, nei campi di Tindouf, dove ancora oggi decine di migliaia di persone vivono in una condizione di forte dipendenza dagli aiuti umanitari.

Non è una vicenda chiusa dalla storia. È una decolonizzazione rimasta incompiuta e, al tempo stesso, una colonizzazione non occidentale che l’Occidente preferisce non vedere. Il tradimento più evidente riguarda il referendum. Nel 1991 le Nazioni Unite istituirono MINURSO, la Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara occidentale, con un mandato preciso. Il popolo sahrawi avrebbe dovuto poter scegliere liberamente tra l’indipendenza e l’integrazione con il Marocco. Quel referendum non si è mai tenuto. Dopo più di trent’anni, una popolazione continua quindi a vivere senza avere potuto esercitare quel diritto all’autodeterminazione che le Nazioni Unite avevano previsto come soluzione del conflitto.

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Per questo la responsabilità del Marocco deve essere denunciata senza ambiguità. Rabat non si limita a rivendicare politicamente quel territorio. Ne esercita il controllo, respinge l’ipotesi dell’indipendenza e ha progressivamente spinto il processo internazionale verso una soluzione fondata sull’autonomia sotto sovranità marocchina. Nel frattempo, secondo il rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite, l’accesso dell’Alto Commissariato per i diritti umani al Sahara occidentale continua a essere ostacolato e sono state segnalate intimidazioni e restrizioni nei confronti degli attivisti sahrawi che sostengono il diritto all’autodeterminazione.

È difficile non vedere qui una delle grandi ipocrisie della politica occidentale. Quando l’occupazione riguarda altri territori, l’Occidente parla di diritto internazionale, autodeterminazione e rispetto dei confini. Quando riguarda il Sahara occidentale, troppo spesso prevalgono gli interessi strategici, commerciali e diplomatici. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto nel 2020 la sovranità marocchina sul Sahara occidentale proprio nel contesto della normalizzazione dei rapporti tra Marocco e Israele e degli Accordi di Abramo. La Francia ha successivamente sostenuto il piano di autonomia marocchino come base della soluzione.

È questa doppia misura che considero inaccettabile. E il paragone con Israele nasce esattamente da qui. Non perché Sahara occidentale e Palestina siano la stessa storia, perché non lo sono, ma perché in entrambi i casi vediamo il problema di un territorio sottoposto a controllo militare e politico, una popolazione privata dell’esercizio pieno del proprio diritto all’autodeterminazione e una parte dell’Occidente che, invece di applicare lo stesso metro del diritto internazionale, finisce per adattarlo ai propri interessi geopolitici.

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Ed è qui che entra il fosfato. A Bou Craa, nel Sahara occidentale, opera OCP, l’Office Chérifien des Phosphates, il gruppo che controlla la filiera dei fosfati marocchini. Nato nel 1920 e trasformato in società per azioni nel 2008, è oggi controllato direttamente dallo Stato marocchino (e quindi dal Re), che possiede il 94,12% del capitale. Non è quindi una proprietà privata della famiglia del sovrano, ma una società sostanzialmente pubblica, inserita in una struttura economica strategica del Regno. OCP dispone inoltre del monopolio sull’esplorazione e sull’estrazione dei fosfati in Marocco.
A Bou Craa un nastro trasportatore lungo circa 102 chilometri porta il minerale dalla miniera fino agli impianti costieri. Non stiamo quindi parlando di una risorsa marginale, ma di una materia prima strategica per la produzione mondiale di fertilizzanti.

Da questo momento il filo diventa evidente. Una potenza occupante controlla un territorio il cui status internazionale rimane irrisolto, sfrutta risorse strategiche e contemporaneamente cerca di consolidare diplomaticamente la propria sovranità sul territorio. E l’Occidente, invece di mettere al centro il diritto del popolo sahrawi, normalizza progressivamente il rapporto con Rabat.

Il passaggio successivo è politico. Nel dicembre 2020 Donald Trump riconobbe la sovranità marocchina sul Sahara occidentale, collegando quella decisione alla normalizzazione dei rapporti tra Marocco e Israele nel quadro degli Accordi di Abramo. Washington trasformò così una controversia internazionale irrisolta in una concessione diplomatica di enorme valore per Rabat.

Ed è da qui che possiamo cominciare a seguire gli altri puntini. Il fosfato porta ai fertilizzanti. I fertilizzanti portano al mercato americano. Il mercato americano porta a Trump e agli interessi industriali. La guerra modifica le catene globali di approvvigionamento. E la questione migratoria di Ceuta diventa contemporaneamente uno strumento di pressione nel rapporto tra Marocco e Spagna e, in Italia, l’occasione per costruire l’ennesima emergenza nazionale.
Qui però la responsabilità del Marocco non può essere rimossa dal quadro. La crisi di Ceuta non è una calamità naturale. Nel 2021 il Parlamento europeo denunciò esplicitamente l’uso dei migranti, compresi minori, come strumento di pressione politica da parte del Marocco nei confronti della Spagna. La vicenda era inserita nello scontro diplomatico legato anche alla questione del Sahara occidentale. Quando uno Stato utilizza una frontiera e migliaia di persone vulnerabili come leva di pressione politica, la responsabilità non può essere scaricata sui migranti. È una responsabilità politica del governo che quella leva decide di utilizzare.

Ma la vicenda italiana è persino più imbarazzante. Roma ha trasformato una crisi che riguardava direttamente il confine marocchino-spagnolo in un problema di sicurezza nazionale italiana, arrivando a introdurre controlli nei confronti dei viaggiatori provenienti dalla Spagna. Madrid ha reagito duramente, contestando il provvedimento e mettendo in discussione proprio il presupposto italiano che la situazione di Ceuta costituisse una minaccia migratoria per l’Italia. Il risultato è stato uno scontro con un Paese dell’Unione europea e un caso diplomatico costruito da Roma attorno a una crisi che non era italiana.Questa è la vera figuraccia internazionale. Non perché l’Italia abbia difeso i propri confini, come sostiene la propaganda, ma perché ha trasformato una vicenda complessa, nata dalla politica marocchina e dalla crisi del Sahara occidentale, in una sceneggiata nazionale che ha finito per mettere Roma in conflitto con Madrid.

E qui torna la questione dei cosiddetti dublinanti. Fenomeni diversi vengono messi dentro la stessa narrazione per alimentare l’idea di un’Europa che scarica sull’Italia i propri problemi. Si prende una crisi di frontiera tra Marocco e Spagna, la si trasforma in emergenza italiana e la si usa per alimentare la consueta rappresentazione dell’Italia assediata. Una parte dell’opinione pubblica accetta questa narrazione senza chiedersi che cosa stia realmente accadendo dietro la rappresentazione.
Il risultato è una gigantesca semplificazione. Il cittadino vede il migrante, la frontiera, il pericolo, il governo che reagisce e l’Europa che dovrebbe proteggerci. Non vede più il Sahara occidentale, l’occupazione marocchina, il popolo sahrawi nei campi profughi, il referendum mai celebrato, il fosfato, gli accordi diplomatici, il mercato dei fertilizzanti, le guerre che alterano le catene globali e gli interessi industriali che si muovono dentro queste crisi. È questa la vera operazione politica. Non serve inventare una regia unica dietro tutto. Basta impedire che i cittadini mettano in relazione i fatti.

E qui la responsabilità italiana diventa enorme. Quando la politica rinuncia a spiegare la complessità e sostituisce l’analisi con l’emergenza, la propaganda prende il posto della politica. E quando un governo costruisce una crisi nazionale attorno a un problema che nasce altrove, finisce per non difendere gli interessi italiani ma per produrre isolamento diplomatico e confusione. Il Marocco ha una responsabilità precisa nella vicenda del Sahara occidentale e nell’uso della leva migratoria contro la Spagna. L’Occidente ha una responsabilità altrettanto precisa quando normalizza quella politica per convenienza strategica ed economica. E il governo italiano ha la propria responsabilità quando trasforma tutto questo in una rappresentazione di sicurezza nazionale che finisce per esporre l’Italia al ridicolo internazionale.

Ecco perché continuo a unire i puntini. Perché quando li guardiamo separatamente abbiamo una crisi migratoria, una guerra, dei dazi, dei fertilizzanti, una miniera, una monarchia, una grande famiglia industriale americana e una frontiera. Quando li osserviamo insieme, vediamo invece i meccanismi attraverso cui nel XXI secolo potere politico e capitale economico continuano a organizzare risorse, mercati e persone secondo rapporti di forza profondamente diseguali.
Il colonialismo contemporaneo non ha bisogno di dichiararsi colonialismo. Gli basta continuare a funzionare.

E se vogliamo parlare seriamente di diritto internazionale, non possiamo scegliere ogni volta quale occupazione condannare e quale considerare conveniente ignorare.

 

 

(20 agosto 2026)

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