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HomeCaro Direttore...Il Consiglio d'Europa condanna i "decreti (in)sicurezza"...

Il Consiglio d’Europa condanna i “decreti (in)sicurezza”…

di Marco Maria Freddi #Politica twitter@parmanotizie #DirittiUmani

 

Il Consiglio d’Europa, organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali in Europa, fondato il 5 maggio 1949 con il Trattato di Londra che conta oggi 47 stati membri ed è estraneo all’Unione europea (e non va confuso con organi di quest’ultima, quali il Consiglio dell’Unione europea o il Consiglio europeo) ha condannato l’Italia, ancora una volta, per la politica dei porti chiusi.

Nell’era dell’interdipendenza, che è ecologica (si pensi al raggiungimento nel 2030 dei 17 Obiettivi ONU per lo sviluppo sostenibile), economicatecnologica e sociale– ed aggiungo dei diritti umani – non si può neppure immaginare di non appartenere alle pur frammentate organizzazioni politiche internazionali.

Siamo una società globale e globalizzata che deve avere il coraggio di abbattere la cultura della guerra, del prima io, dei consumi infiniti e dello “scarto” per essere sostituita da una cultura ispirata a principi di umana solidarietà.

Solo così, potremo sperare in un futuro sostenibile e di pace per i nostri figli ed i nostri nipoti. Un futuro sostenibile, rispettoso delle generazioni che ci seguiranno, che potremo raggiungere solo se politicamente credibili e forti, parte di una comunità internazionale che può affrontare – a livelli differenti –  tutti i fenomeni ed i dossier aperti del mondo.

Ma come può tutto ciò conciliare con un rappresentante di una importante istituzione italiana che afferma: “Il parere del consiglio d’Europa conta meno che zero per me, possono mandare i caschi blu, il commissario Basettoni, Pippo, Pluto e i Fantastici 4. Barchine e barconi non ne arrivano”. Frasi che, al netto dell’essere irrispettose delle tragedie di molti, hanno il fiato corto e creano attriti nella comunità internazionale: comprendo tuttavia che in un’ottica di capitalizzazione massima del momento – con buona pace del futuro sostenibile – ottengono facili consensi da un popolo che ha dimenticato la sua storia e non ha mai maturato il senso di appartenenza ad una comunità.

E’ incosciente quanto facile alimentare l’aggressività dei cittadini creando tanti nemici, interni ed esterni, in Italia, in Europa e nel mondo e questo – come già ho scritto – è il vero programma di governo.

Il decreto “sicurezza 1 e 2” proposto dal ministro dell’Interno, criminalizza lo straniero e lo considera sempre e comunque un nemico, tradendo la nostra Costituzione, i trattati internazionali ed il millenario diritto delle persone a muoversi che origina la civile convivenza nel mondo.

Ma anche questo decreto, in verità, non è che uno strumento, uno specchietto per i merli, e i citrulli, il cui fine è distruggere lo Stato di Diritto ed imporre una società “democratica” illiberale. L’isolamento dell’Italia dall’Europa e dalle Organizzazioni Mondiali, non porterà nulla di buono agli italiani, né in termini economici, né in termini sociali e neppure in termini di condivisione di innovazione tecnologica o condivisione della ricerca scientifica poiché senza il coraggio della condivisione e la capacità di diventare protagonisti di questa condivisione, il nostro piccolo, piccolissimo paese non potrà vivere, in un periodo di grandi trasformazioni, una fase di sviluppo e progresso, che corrono, non aspettano, mentre fermi a guardarci l’ombelico del sovranismo e dell’illusione dell’autosufficienza.

Chi si oppone a questa visione di società chiusa – che diviene illiberale – dovrebbe avere chiaro questo quadro e portare avanti azioni conseguenti, partendo anche dalle piccole ma sostanziali scelte che partono dagli enti locali. È arrivata l’ora della mobilitazione delle coscienze, bisogna reagire alla diffusa accondiscendenza dove nulla più stupisce. Il punto politico è una la speranza che tutte le forze che nella società aperta si riconoscono abbiano la capacità di guardare alla politica mettendo al centro l‘equità generazionale che non può essere una mera sintesi di buone intenzioni, ma un progetto di politiche che sappiano declinare quale modello di sviluppo economico, quale sostenibilità, quale innovazione, quali diritti civili e lottino contro le diseguaglianze all’interno del quadro Europeo ed internazionale.

 


 

(23 giugno 2019)

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