di Marco Maria Freddi

In questi giorni guardo il Partito Democratico e ho la sensazione che stiamo commettendo, ancora una volta, un errore che la sinistra italiana conosce fin troppo bene: discutiamo di persone prima ancora di discutere di politica. Il nome di Elly Schlein è diventato il centro di una discussione interna che coinvolge correnti, dirigenti, riformisti, aree cattolico-democratiche, vecchie leadership e possibili candidati alternativi. Giorgio Gori, Graziano Delrio, Lorenzo Guerini, Filippo Sensi e Stefano Bonaccini rappresentano sensibilità diverse da quella della segretaria, mentre una parte del mondo riformista ha già lasciato il PD, come Pina Picierno, Marianna Madia ed Elena Gualmini. Ma sarebbe sbagliato trasformare tutto questo nella solita rappresentazione di un partito dilaniato dalla guerra per la segreteria.
La realtà è più complessa.
Nel PD esiste un dissenso politico, soprattutto sul rapporto con il Movimento 5 Stelle, sulla politica estera, sull’Ucraina, sull’Europa e sul modo in cui costruire l’alternativa alla destra. Ma oggi non esiste un fronte organizzato che abbia costruito una vera alternativa a Schlein. Esiste piuttosto una minoranza che vuole condizionare la linea della segretaria e impedire che il PD perda la propria identità dentro una coalizione troppo larga. Ed è proprio qui che, secondo me, bisogna fermarsi.
Controlli dei NAS di Parma nel reggiano: sequestrati oltre 100kg di carne
Prosegue l’attività dei carabinieri del NAS di Parma a tutela della sicurezza alimentare e della salute dei consumatori.... →
Perché la questione non è stabilire se Schlein debba essere più o meno simpatica a Gori, a Guerini, a Delrio, a Bonaccini o a chiunque altro. La questione è stabilire che cosa vuole essere il Partito Democratico. Io continuo a pensare che il percorso debba essere esattamente l’opposto di quello che la politica italiana ci ha abituato a vedere.
Prima il programma. Poi tutto il resto.
Prima bisogna dire agli italiani che cosa vogliamo fare quando saremo al governo. Come vogliamo cambiare il lavoro. Come vogliamo combattere la precarietà. Come vogliamo aumentare i salari. Come vogliamo finanziare seriamente la sanità pubblica. Come vogliamo affrontare il diritto alla casa. Come intendiamo ridurre le disuguaglianze attraverso una fiscalità realmente progressiva. Come vogliamo costruire una politica industriale capace di accompagnare la transizione ecologica senza scaricarne i costi sui lavoratori. Come vogliamo cambiare l’Europa e quale ruolo vogliamo che l’Italia abbia dentro l’Unione.
E dobbiamo dire con altrettanta chiarezza quale politica estera vogliamo.
Perché proprio la questione ucraina ha mostrato quanto sia fragile un’alleanza costruita prima di aver chiarito che cosa pensa sui grandi problemi del mondo. Giuseppe Conte ha sostenuto che il nodo della politica estera avrebbe potuto essere deciso attraverso le primarie. Schlein ha risposto che non funziona così, prima deve esserci un programma condiviso e soltanto dopo le primarie per scegliere chi guiderà la coalizione. Su questo, personalmente, penso che Schlein abbia ragione. Non perché la segretaria abbia sempre ragione. Non perché il PD debba essere impermeabile alle critiche. E nemmeno perché le primarie non siano importanti. Ma perché non si può chiedere ai cittadini di scegliere un candidato senza sapere quale politica quel candidato sarà chiamato a realizzare. Le primarie servono a scegliere una leadership. Non possono diventare il luogo nel quale si decide, dopo aver votato, che cosa pensa una coalizione su Ucraina, Europa, lavoro, sanità, economia, energia o politica internazionale.
È una questione elementare di democrazia.
I NAS di Parma controllano uno stabilimento di produzione di ghiaccio alimentare e ne sequestrano amministrativamente l’attività
I carabinieri del NAS di Parma, nell’ambito delle attività di controllo finalizzate alla tutela della sicurezza alimentare e... →
E qui arrivo al punto che considero ancora più importante. Io non voglio un PD che costruisca la propria identità sulla contrapposizione alle altre forze progressiste. Ma non voglio neppure un PD che, per vincere, accetti di rinunciare alla propria identità. L’unità è necessaria. Ma l’unità senza politica diventa soltanto una somma aritmetica di partiti. E la politica non è aritmetica. Una coalizione può vincere le elezioni soltanto se convince milioni di persone che esiste un’alternativa concreta, credibile e riconoscibile al governo della destra. Non basta dire “uniamoci perché altrimenti vince Meloni”. È una ragione necessaria, ma non sufficiente. Bisogna spiegare perché votare noi. Questo vale anche per il confronto interno al PD.
Ai riformisti che criticano Schlein bisogna chiedere quale PD vogliono costruire, non semplicemente quale PD non vogliono. Alla maggioranza che sostiene Schlein bisogna chiedere altrettanto: quale progetto di società vuole realizzare e come intende renderlo concreto. Perché un partito serio non può ridurre il proprio dibattito alla domanda “Schlein sì o Schlein no”. Deve discutere di lavoro, salari, sanità, scuola, casa, fisco, industria, ambiente, Europa, pace e sicurezza. Deve discutere di disuguaglianze. Deve discutere di come restituire potere alle persone che lavorano e che oggi hanno sempre meno capacità di incidere sulle proprie condizioni di vita. E soltanto dopo deve discutere di chi sarà il candidato.
Lo stesso ragionamento vale per il cosiddetto campo largo. Prima di decidere CON CHI andare alle elezioni, dobbiamo decidere PER COSA andare alle elezioni. Se su un programma progressista, europeo, sociale e democratico ci sono forze politiche disposte a condividere quelle scelte, allora si costruisce insieme un’alleanza. Se non ci sono, bisogna avere il coraggio di dirlo. Non possiamo trasformare il programma in una trattativa infinita tra partiti nella quale ogni forza cerca di cancellare ciò che non le conviene. E non possiamo neppure accettare che il candidato venga scelto prima e che sia poi la sua vittoria alle primarie a determinare la linea politica dell’intera coalizione.
Prima il programma.
Poi si verifica chi lo condivide.
Poi si costruisce l’alleanza con chi ci sta.
E soltanto dopo si va dagli elettori a chiedere il voto.
Perché i cittadini non devono essere chiamati a votare semplicemente contro qualcuno.
Devono sapere per chi e soprattutto per cosa stanno votando.
(26 agosto 2026)
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