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“Troppo esposto”, di autore anonimo: o delle colpe dei figli ricadute sui padri. Ce ne scrive (e parla) Giovanni Bertani

di Giovanni Bertani, #oltremondo

C’è un mondo in cui le colpe dei figli ricadono sui padri. Il libro “Troppo esposto”, acquistabile solo su Amazon, è scritto sotto forma anonima per il tema trattato: le conseguenze del disagio giovanile che ricadono sui genitori. Il tema è molto caldo, tanto che il giornale della mia città ha pubblicato un’intervista al padre.

Il libro è uscito a ridosso delle risse tra ragazzi scoppiate per diversi sabati pomeriggi di seguito nel centro cittadino, pochi giorni dopo in cui un ragazzo ha ucciso (sembra con premeditazione) a coltellate un coetaneo e quando, quasi lo stesso giorno, due minori allontanatesi da casa sono state aggredite e tenute sotto sequestro in un albergo abbandonato.

Mi ha incuriosito, l’ho letto al mare e mi è venuto in mente di scriverne l’altra notte. Mi rigiravo nel letto e non riuscivo a dormire, così ho deciso di uscire a fare quattro passi in solitudine. Era l’una e mezza passata, le strade del centro storico brulicavano di ragazzini dai tredici ai vent’anni scarsi: sguardo vuoto, testa china sul piccolo schermo portatile. Alcuni ridevano tra loro, ma erano risate forzate. Fumavano. Altri, chissà perché, saltavano. A parte l’orario, niente di speciale. Mi è stato facile intuire lo stato d’animo dei loro genitori, probabilmente ancora svegli e con il cuore in gola. E “Troppo esposto” parla proprio di questo. Chi si aspetta un j’accuse nei confronti delle autorità, del sistema in genere o nei confronti dei “giovani”, rimarrà deluso. L’autore non cede neppure alla tentazione del mea culpa, della facile autocommiserazione. Con coraggio inatteso ci conduce nell’incubo del mondo minorile della tossicodipendenza, delle baby gang, del conflitto generazionale. Usa una penna delicata. Ci parla dell’incomprensibile e la storia non ha un finale. O meglio, il finale è ancora da scrivere. Il titolo richiama la cosiddetta “ruota degli esposti” cioè dei bambini abbandonati negli orfanotrofi. La storia è autobiografica e narra di una coppia sposata che decide di adottare un fratello e una sorella. Il fratello è l’eroe, o antieroe, della vicenda. La narrazione prende il lettore come in un gorgo e lo risucchia in un girone dantesco sempre più profondo, sempre più buio: le assenze da scuola, i furti in casa, l’abuso di stupefacenti, le violenze. E, di contrappunto, l’incondizionato sentimento dei genitori, i tentativi di recupero, anche quando non si riesce più ad andare avanti, quando ogni spiraglio sembra chiuso e tutto è buio come se qualcuno avesse spento le luci sulla vita.

Sullo sfondo c’è una famiglia unita che persegue con pervicacia, anche contro ogni logica e “usque ad effusionem sanguinis”, i tentativi di educazione e avvicinamento in un’altalena sempre più veloce di alti e bassi. E ci sono le varie istituzioni che nella narrazione non è chiaro da che parte stiano. O meglio, se ne tengono fuori.

Gli assistenti sociali e le autorità fanno quadrato. Strette nei ranghi di una burocrazia inarrivabile, vile, restano trincerate dietro leggi slogan (obbligo scolastico o la più recente legge sul “codice rosso”) deprivate di ogni effetto pratico, tempestivo e necessario se non quello di lasciare i genitori “come coloro che stan sospesi”, un purgatorio in attesa di un improbabile procedimento che si concluderà l’anno del mai o comunque quando sarà troppo tardi per ogni recupero. Si arriva all’assurdo che quando i protagonisti sporgono denuncia di scomparsa del figlio, le autorità li chiamano per chiedere il ritiro della denuncia, salvo poi minacciarli di abbandono di minore se non ne denunciano la scomparsa.

Vi sono dei passaggi che sembrano plagiati da Collodi nel processo a Pinocchio: “Costui è stato picchiato e derubato, arrestatelo!”

La scrittura è limpida, magistrale. L’allucinata progressione drammaturgica ha un’incastellatura perfetta, ma proprio per questo giunge come un pugno nello stomaco e c’è un punto in cui viene voglia di abbandonare la lettura. Ma ci vuole rispetto per il dolore di chi ha scritto con così tanto coraggio e si va avanti, sperando in un lieto fine che non arriva.

Al termine, da persona piena di pregiudizi quale sono, mi è venuto da pensare che sia stata tutta colpa dei genitori: dovevano tirargli delle sberle quando era il momento, chiuderlo in casa se voleva uscire. Ma poi mi è venuto in mente che la violenza non è per tutti, che fior di esperti negli anni passati si sono sperticati nel declamare l’amorevolezza e la comprensione verso i figli a pena di subire un processo per violenza domestica o sequestro di persona: la famosa burla della legge sul “codice rosso”. In verità ha ragione il figlio quando dice ai genitori che lui è minorenne e nessuno gli può fare niente. Ma la verità sottesa è che nessuno vuole fare niente. Quello che appare evidente in tutta la narrazione è che le conseguenze sia pratiche (perdita di giornate di lavoro, spese per avvocati, ammanchi di beni) sia emotive, sono ricadute sui genitori. Nessuno mai riuscirà a restituire i giorni passati nell’angoscia e nella disperazione.

Il finale non lascia speranze, ma quando si chiude l’ultima pagina non ci si vuole credere. Si vuole pensare a un’estrema nemesi: che la consapevolezza del dolore inflitto a chi l’ha tanto amato verrà fuori. Ma il passato è incancellabile per chiunque, buoni o cattivi  che siano. Di chi ha colpa e di chi la colpa l’ha pagata a duro prezzo.

“Il male che gli uomini fanno ad essi sopravvive, il bene viene sepolto con le loro ossa” scriveva Shakespeare nel Giulio Cesare. Così sia per il carnefice e così sia per la vittima.

Quanto alla vanagloria delle leggi e dell’arroganza di chi le usa per minacciare, a loro spetta il medesimo oblio della notizia recente di un ragazzo di quindici anni che ha accoltellato un negoziante durante un tentativo di rapina.
Un codice rosso.
Una burla di cui vantarsi con gli amici quando si marina la scuola, quella dell’obbligo.

 

(4 settembre 2021)

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