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Cronache dall’OLtremondo: “Notturno. Il Pianeta Silenzioso”, di Giovanni Bertani

di Giovanni Bertani #Letteratura twitter@parmanotizie #Notturno

 

Karl Marx scrisse di avere imparato di più sulla rivoluzione francese dai libri di Victor Hugo che dai testi di storia. Presumo sia perché la letteratura e il suo linguaggio ci fa toccare la carne viva del momento. Così mi sono risolto a scrivere un racconto invece di un articolo a tema letterario perché la situazione è straordinaria e stiamo vivendo un momento storico senza precedenti. Voglio rileggerlo tra un anno nella speranza di trovarlo “fuori moda”.

 

Il pianeta silenzioso.

 

Uscii in terrazza in pigiama. La città era preda del silenzio, la strada era deserta, le auto parcheggiate sotto i lampioni stavano allineate in file disordinate lungo i marciapiedi, sulle strisce pedonali, sugli angoli dell’incrocio. Nel palazzo di fronte un ragazzo legava il tricolore alla ringhiera del balcone. La luce della cucina alle sue spalle era accesa, non c’era nessuno dentro. Si accese una sigaretta e mi vide. Si udì lo sferragliare di un treno che passava senza fermarsi.

Feci un cenno al ragazzo che fumava. Ricambiò con un gesto ampio che fece compiere un arco nel buio alla brace della sigaretta. Rientrai in camera, abbassai la tapparella, mi infilai sotto le coperte e spensi la luce sul comodino.

“Com’è fuori?” domandò Anna dall’altra parte del letto.

“Non volevo svegliarti, scusa”.

“Non riesco a prendere sonno, c’è troppo silenzio”.

Allungai la mano sotto la coperta per toccarla. Mi volgeva la schiena e si girò. Le nostre mani si cercarono e si toccarono stringendosi piano come quando ci eravamo conosciuti tempo fa e passeggiavamo per le vie affollate anche se pioveva.

“Non bisogna avere paura” dissi.

“Non ho paura, è questo silenzio”.

In distanza si sentì una sirena.

“Hai sentito?” disse.

“Aveva la sirena, è per qualcosa d’altro”.

“Li ho visti stamattina davanti al palazzo di fronte. Avevano i lampeggianti, indossavano tute bianche, mascherina e occhiali”.

“Era giovane?”

“Non ho visto. L’hanno caricato e se ne sono andati. C’erano due persone che guardavano la scena. Stavano distanti, non dicevano niente, nessuno diceva niente, non potevano andare con lui. Era solo, rimarrà solo. Fino alla fine”.

Il termosifone cominciò a scricchiolare. Erano le undici passate.

“Lo senti?”

“Sì”.

“Ti ha sempre dato fastidio, sarai contenta” feci.

“Non fai ridere”.

“Dicevo così per dire. Adesso dormi”.

Si girò dall’altra parte, le carezzai la nuca fino a quando il suo respiro non si fece regolare. Passò una moto, poi tutto sprofondò nel silenzio.

Restai sveglio a guardare il buio cercando di prendere sonno. Dopo qualche minuto un fascio di luce gialla intermittente attraversò le fessure tra le tapparelle e spazzolò il soffitto.

“Sono qui” disse lei. Si era sollevata di scatto, stava seduta sul letto.

“Mettiti giù, sono quelli della pattumiera. Passano sempre a quest’ora”.

“Sei sicuro?”

“Sì, se vuoi esco a vedere”.

“No, stai qui”.

“Fatti abbracciare, passa tutto”.

“Starei peggio, mi farebbe pensare che siamo alla fine”.

In strada ci furono dei tonfi e un rumore metallico.

“È un’ambulanza” disse.

“Stanno caricando i cassonetti. A proposito, li hai portati giù?”

“Prima di cena”.

“C’era qualcuno in giro?”

“Nessuno. Sono tornata su subito. E tu?”

“Ho incontrato il vicino quando sono andato in cantina. Sai quello nuovo?”

“Che t’ha detto?”

“Portava fuori la pattumiera anche lui. Tossiva porca puttana, e io lì come un cretino ho preso l’ascensore con lui”.

“Hai paura?” mi domandò.

“Chi, io? Figurati”.

“Se almeno la smettessero con quei lampeggianti”.

Il soffitto era continuamente spazzato da quella luce gialla.

“Finiscono di caricare e se ne vanno”.

“Stanno portando via qualcuno”.

“La pattumiera” dissi.

“Non scherzare, come ti senti?”

“Benone”.

Mise una mano sulla mia fronte.

“Sei caldo”.

“Per forza. Il termosifone è acceso e sono sotto le coperte”.

“Lo stanno portando via. Gli domanderanno con chi è stato e verranno a prenderti”.

“Adesso esageri. Dormi”.

Mi alzai dal letto.

“Dove vai?”

“Vado a vedere. Scommetto che sono quelli della pattumiera”.

Mi prese la mano.

“Non mi lascerai sola, vero?”

“Scherzi? Dormi adesso”.

Uscii a tentoni fuori dalla camera da letto e mi chiusi dietro la porta. Accesi la luce del corridoio, aprii l’armadio e presi una tuta da ginnastica pulita. La indossai, spensi la luce del corridoio e andai in salotto. Sul balcone di fronte il tricolore cadeva stanco. Il ragazzo, prima di rientrare aveva acceso una candela e l’aveva posta sul davanzale. I lampeggianti continuavano a tagliare il buio, imperterriti e silenziosi.

Diedi un colpo di tosse. Indossai calze e scarpe, accesi la luce dell’ingresso e spostai la poltrona davanti alla porta di casa.

Mi sedetti in poltrona in attesa che suonassero il campanello e che quel silenzio finisse.

 

(14 marzo 2020)

©gaiaitalia.com 2020 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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