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Di cosa parliamo quando parliamo di carità, di 8×1000?

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

C’è una parola che, più di ogni altra, viene evocata quando si parla della Caritas Italiana: carità. Ma la carità, che da socialista chiamo giustizia sociale, se vogliamo prenderla sul serio, ha un significato preciso ed è tale quando metti sul tavolo ciò che è tuo, non ciò che è degli altri. Ed è proprio qui che nasce la domanda politica che riguarda la Fondazione di religione e culto Caritas Sant’Ilario e, più in generale, la Diocesi di Parma guidata dal vescovo Enrico Solmi: di che cosa stiamo parlando davvero quando parliamo di “carità”?
I numeri, per quanto parziali e pubblici (qui i dati relativi al bilancio 2023), ci dicono che la Fondazione Caritas Sant’Ilario ha entrate annue comprese tra 1,6 e 1,9 milioni di euro, di cui oltre 600-700 mila euro derivano da contributi dell’8 per mille della Diocesi, mentre i fondi pubblici erogati da Prefettura e Comune superano gli 800 mila euro complessivi. Tradotto in termini politici, significa che la struttura è fortemente finanziata con risorse pubbliche o para-pubbliche. Non si tratta di un’accusa, è un dato pubblicato. E se i soldi sono pubblici, la trasparenza non è un favore, è un dovere.

La Fondazione è il braccio operativo della Caritas diocesana, iscritta al Terzo Settore, e gestisce servizi essenziali come mense, dormitori e accoglienza. Nella pratica, svolge una funzione pubblica, pur essendo formalmente un ente religioso. Ma proprio perché gestisce fondi pubblici, la domanda diventa inevitabile: perché chi utilizza risorse pubbliche non garantisce lo stesso livello di trasparenza richiesto a qualsiasi altro soggetto? Oggi non è possibile consultare lo stato patrimoniale completo della Fondazione, l’elenco dettagliato degli immobili, le rendite patrimoniali o un bilancio consolidato con la Diocesi. Ciò che è disponibile è un bilancio sociale parziale, narrativo, che racconta le attività (finanziate con denaro pubblico e coadiuvate da lavoro gratuito e volontariato) senza fornire la fotografia economica reale.

Questo vuoto di trasparenza si inserisce in un contesto più ampio, dove il sistema ecclesiastico possiede un patrimonio immobiliare diffuso (centinaia di appartamenti, negozi, terreni e capannoni) tra diocesi, parrocchie ed enti collegati, rendendo impossibile avere una visione economica complessiva. E il dato chiave, anche qui pubblicato, dice che i proventi patrimoniali della Caritas ammontano a soli 50.000 euro (!). In altre parole, la Fondazione Caritas non è il centro immobiliare della diocesi, ma è finanziata da un sistema che possiede patrimonio e che non ne rende pubblica la reale consistenza.

In questo quadro si inseriscono i due articoli apparsi sulla Gazzetta di Parma sulla “rinascita” della chiesa di San Giuseppe. Un racconto carico di simboli. Il “cuore pulsante della fede e della carità”, la riapertura guidata dal vescovo, la memoria di don Dagnino, la storia secolare dell’edificio. Tutto legittimo, tutto comprensibile. Ma dietro questa narrazione c’è un dato molto più concreto. L’intervento viene finanziato nuovamente con soldi pubblici, con il contributo della Fondazione Cariparma e, a fine articolo, si richiedono ulteriori donazioni ai cittadini.
E qui emerge una contraddizione che è difficile ignorare. Per giustificare l’investimento pubblico, si introduce il tema dei sette alloggi destinati a persone fragili. Un elemento importante, certo. Ma anche un elemento che rischia di diventare un paravento. Perché chi conosce davvero il funzionamento della Caritas a Parma sa che l’accoglienza non avviene attraverso percorsi strutturati integrati, amministrativi, sociali e sanitari, ma attraverso modelli che presuppongono una forte autodeterminazione da parte delle persone. Lo ha spiegato chiaramente Maria Cecilia Scaffardi in Commissione Welfare l’11 marzo 2026. E allora la domanda è inevitabile: quei sette alloggi, chi li abiterà davvero? E soprattutto, chi resterà fuori?

Perché il problema vero è sempre lo stesso: ci sono persone che non rientrano in nessun schema, che non hanno accesso a percorsi, che non vengono accolte da nessuno. E mentre queste persone restano fuori, si investono risorse pubbliche per restaurare una chiesa, “luogo di fede, luogo di culto”, accompagnando il tutto con un appello ai cittadini per ulteriori contributi.
E qui il discorso si allarga. Perché non stiamo parlando solo di Parma. Stiamo parlando di un sistema che ogni anno costa ai contribuenti italiani tra i 6 e i 7 miliardi di euro. Una cifra enorme, che equivale a una legge finanziaria. Circa 1 miliardo deriva dall’8 per mille, oltre 1,2 miliardi finanziano gli insegnanti di religione, tra 600 e 800 milioni sono legati alle esenzioni IMU, 500 milioni vanno alle scuole paritarie cattoliche, circa 100 milioni coprono i cappellani nelle strutture pubbliche, e tra 3,5 e 4 miliardi riguardano sanità convenzionata e altri contributi indiretti. Il totale è semplice: la Chiesa cattolica, frequentata da meno del 7% dei cittadini, costa circa 6,5 miliardi di euro all’anno.

A fronte di questi numeri, la domanda diventa ancora più radicale. Perché lo Stato italiano deve finanziare in modo così massiccio una realtà che oggi è seguita attivamente da una minoranza sempre più ridotta della popolazione? E perché servizi fondamentali come l’accoglienza, le mense, le docce e le “lavanderie” non vengono affidati, attraverso gare pubbliche, a realtà del terzo settore che operano con personale retribuito, modelli trasparenti e costi verificabili?
Non è una polemica contro chi ogni giorno, gratuitamente, si impegna nei servizi ispirando il proprio agire all’uomo di Nazareth, uomo buono e rivoluzionario. È esattamente il contrario. È proprio per rispetto verso queste persone che bisogna avere il coraggio di dire la verità. Esiste una differenza tra la dedizione individuale e la struttura economica che la utilizza. E quella struttura oggi vive in larga parte di risorse pubbliche, senza garantire un livello adeguato di trasparenza.

E allora la questione non è più solo economica. È politica. È una questione di coerenza. E l’assenza di un bilancio pubblico della Fondazione di religione e culto Caritas Sant’Ilario di Parma, e della diocesi più in generale, è un vuoto strutturale di trasparenza pubblica, accettato per sudditanza. Se si usano risorse pubbliche, si pubblicano bilanci completi. Se si chiede ai cittadini di contribuire, si rende visibile tutto il patrimonio disponibile. Se si parla di accoglienza, si parte da chi oggi non è accolto da nessuno.
E soprattutto, se davvero si vuole parlare di carità, meglio, di giustizia sociale: si cominci da una scelta concreta, quella di mettere a disposizione gli immobili sottoutilizzati o inutilizzati della Diocesi e delle congregazioni religiose per chi oggi è fuori da tutte le reti. Non sette alloggi simbolici, ma una strategia reale, strutturale, misurabile.

Perché la carità, quella vera, non è un racconto. È una scelta. E oggi quella scelta passa anche da una parola che continua a mancare: trasparenza.

 

 

 

(22 marzo 2026)

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