di Marco Maria Freddi

Non esiste alcuna giustificazione politica accettabile per aver sacrificato un principio fondamentale di civiltà giuridica come quello del processo equo, fondato sulla separazione delle carriere, per una scelta tattica volta a mettere in difficoltà il governo guidato da Giorgia Meloni. La necessità di un giudice terzo ed equidistante tra accusa e difesa nel processo, il magistrato e l’avvocato dell’imputato, non è un tema di parte, ma una garanzia democratica che la sinistra avrebbe dovuto rivendicare, evitando di ridurla a terreno di scontro politico.
Questo esecutivo ha mostrato limiti evidenti nella capacità di incidere sulla realtà materiale del Paese. Il potere d’acquisto delle famiglie resta sotto pressione, il tema del salario minimo garantito a tutti i lavoratori non ha trovato una risposta strutturale e il lavoro continua a essere segnato da una diffusa precarietà. Il sistema sanitario nazionale soffre di liste d’attesa sempre più lunghe e manca una strategia organica per affrontare la transizione energetica e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.
La destra ha preferito concentrare la sua energia ideologica sulla compressione dei diritti civili e sociali, colpendo sistematicamente i soggetti più vulnerabili, a partire da chi fugge da fame e guerre per cercare un futuro dignitoso. Anche sul piano internazionale, la maschera atlantista ed europeista indossata per convenienza dopo le elezioni non nasconde l’abbandono delle radici storiche della destra post-fascista italiana. Ciò che emerge è una subalternità imbarazzante a una leadership statunitense che agisce come frontman di oligarchi miliardari impegnati da anni a finanziare una internazionale reazionaria.
Figure come Steve Bannon hanno costruito macchine del fango ai partiti europei connessi, con un obiettivo preciso: smantellare l’Europa e ridurla a colonia economica. Questa assenza di autorevolezza internazionale espone l’Italia a rischi enormi in una fase storica in cui la politica estera e i conflitti globali decidono il destino del dopoguerra.
Proprio in questo contesto si colloca l’errore più serio dell’opposizione. Rinunciare a confrontarsi fino in fondo su una riforma come la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri significa rinunciare a intervenire su un nodo reale del sistema giudiziario, quello dell’equilibrio tra accusa, difesa e giudice. Non si trattava di una riforma risolutiva, ma riguarda la qualità delle garanzie, soprattutto per chi non dispone di risorse economiche adeguate per sostenere lunghi e complessi percorsi giudiziari.
Il caso di Enzo Tortora rimane emblematico. Negli anni Ottanta un uomo innocente fu coinvolto in un’inchiesta basata su accuse poi rivelatesi infondate e su testimonianze inattendibili. Subì un processo devastante e venne assolto solo dopo anni. Quella vicenda evidenziò errori gravi e responsabilità diffuse, senza però generare una riforma strutturale capace di incidere in modo duraturo sul sistema. I magistrati del tempo, nonostante i clamorosi errori, hanno proseguito nelle loro carriere.
La verità è che giustizia e carcere non sono mai diventati una priorità stabile dell’agenda politica, né a destra né a sinistra. Sono stati affrontati in modo intermittente, spesso dentro logiche contrapposte tra approcci giustizialisti, risposte securitarie e pietismo laico devoto. Ricordo che nel 2015, in una assemblea Radicale organizzata all’interno del carcere di Rebibbia, Andrea Orlando, ministro nei governi Matteo Renzi e poi di Paolo Gentiloni, annunciò l’obiettivo di superare la presenza di bambini negli istituti penitenziari insieme alle madri entro l’anno. Così non è avvenuto, e nonostante negli anni successivi siano stati introdotti strumenti come le case-famiglia protette, il problema non è stato risolto e resta una questione aperta che misura la distanza tra dichiarazioni e risultati. Giustizia negata perfino ai bambini fino a tre anni incarcerati con le loro madri.
Il voto contrario alla riforma della separazione delle carriere e all’ipotesi di due distinti Consigli Superiori della Magistratura ha prevalso sul merito per sole ragioni di opportunità politica, archiviando una riforma attesa da quarant’anni. Il costo di questa scelta non è solo simbolico ma lascia immutata una struttura percepita come chiusa e alimenta ulteriormente la distanza tra cittadini e istituzioni, proprio nel momento in cui quella distanza sarebbe più urgente da colmare.
L’entusiasmo che attraversa una parte della sinistra per questa vittoria tattica non nasconde le distanze reali con il Movimento Cinque Stelle e con la sinistra a sinistra del Partito Democratico sulla visione della politica estera e sulla collocazione internazionale del Paese. Il mio sostegno a Elly Schlein non viene meno, perché riconosco il suo sforzo nel costruire una coalizione progressista ampia. Ma è evidente che il consenso non può reggersi solo su battaglie simboliche o sulla pura opposizione al governo Meloni. Il voto politico richiede capacità di affrontare la complessità, di tenere insieme diritti e responsabilità, di proporre soluzioni strutturali.
Senza questo salto di qualità, il rischio è di restare intrappolati in vittorie tattiche di breve periodo, senza costruire una prospettiva di governo credibile. Ed è proprio qui che si misura la differenza tra una forza di opposizione e una vera forza di governo.
(26 marzo 2026)
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