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Cronache dall’Oltremondo: “Antigone” di Sofocle

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di Gianpaolo Bertani

La tragedia è semplice: Creonte re di Tebe decreta che il corpo di Polinice, a capo della fazione opposta e morto nei combattimenti venga lasciato in pasto agli uccelli e ai cani, negandogli così il passaggio nell’Ade. Per chi disubbidisce la pena è la morte.

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Al tempo stesso stabilisce sepoltura con tutti gli onori per Etocle, morto combattendo per la città. La sua versione dello spirito dell’editto appare ragionevole, quasi equitativa.

Creonte: «Mai da me i malvagi riceveranno più onore degli uomini giusti».

In verità si tratta di un esercizio di potere anche sul mondo dei morti e sulle leggi non scritte della Polis. Antigone, sorella di Polinice, disubbidisce e seppellisce il fratello garantendogli il passaggio nel regno dell’Ade.

Antigone è l’emblema della giustizia intesa come suprema legge morale, una Dike umana e cosmica che si abbatte sulla legge cieca dello Stato.

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Si consegna a Creonte il suo re e giudice come Gesù a Pilato.

Antigone: «E allora cos’altro vuoi più che avermi in tuo possesso e uccidermi?»
Creonte: «Nient’altro; se ho questo, ho tutto».

La risposta di Creonte è chiara: ha quello che la legge vuole, si dichiara soddisfatto.

La difesa di Antigone è altrettanto risoluta e mette a nudo l’insanabile frattura tra legge e giustizia.

Antigone: «Perché questo editto non Zeus proclamò per me, né Dike […]. No, essi non hanno sancito per gli uomini queste leggi. […] Io non potevo, per paura di un uomo arrogante, attirarmi il castigo degli dei».

In pratica, e in termini più moderni, la legge può anche essere legittima, ma non per questo è necessariamente giusta. Inoltre, la legge ingiusta non trova alcun consenso perché contraria alla legge morale della Polis. L’ ubbidienza dipende dal terrore della pena, non dal riconoscersi nella legge.

È Ismene, sorella di Antigone, l’incarnazione di questa paura, molto vicina al naturale istinto di sopravvivenza.

Ismene: “[…] io chiedo agli spiriti dei morti di perdonarmi in quanto subisco violenza; ma obbedirò a chi detiene il potere. […] Non è una questione di principi: semplicemente non ho la forza di agire sfidando la città”.

Antigone non urla, non strepita; la sua requisitoria è breve. Accetta la pena di essere rinchiusa in una grotta a vita, ma non espia la colpa a lungo, anzi se ne sottrae impiccandosi.

Antigone ci ricorda il suicidio politico di Catone che “libertà va cercando ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta” (Dante Alighieri, La divina Commedia- Purgatorio Canto I). Anche lei rifiuta ogni sottomissione alla storia, a una Polis nella quale non si riconosce e mette sul piatto della bilancia tutta sé stessa.

Emone, promesso sposo di Antigone e figlio di Creonte cerca invano di far ragionare il padre, di fargli comprendere che leggi inflessibili e dure, contrarie a quell’idem sentire che fa da collante per la Polis sono controproducenti come il marinaio che tiene le scotte troppo strette e rischia di far capovolgere la barca. Ma Creonte non cede.

Solo l’indovino Tiresia riuscirà a capovolgere la situazione con una profezia tremenda.

Tiresia: “[…] Pur tarde a colpire, le rovinose Erinni, le ministre di Ade e degli dei, ti aspettano al varco, perché tu sia vittima di quegli stessi mali. […] E già un turbine di odio si leva contro di te da tutte le città”.

Creonte rinsavisce, corre a liberare Antigone, ma la trova morta nella grotta insieme al cadavere di Emone, anch’egli suicida. La regina, giunta a conoscenza della morte del figlio Emone si uccide per disperazione. La profezia di Tiresia si è avverata e la tragedia si conclude.

C’è da chiedersi se la vicenda di questa tragedia sia ancora moderna. Se osserviamo la storia la risposta non può che essere affermativa; basti pensare a Rosa Parks che il primo dicembre 1955 sedette sull’autobus e si rifiutò di cedere il posto a un bianco; infranse la legge e diede il via a Martin Luther King. Gandhi infranse la legge, Nelson Mandela infranse la legge. Anche Gesù Cristo lo ha fatto; ha addirittura mutato la legge di suo padre. Loro e tanti altri lo hanno fatto perché consapevoli che nulla di ciò che è scritto non può essere riscritto, perché ciò che conta è la Giustizia, Dike: una Dea cieca, colma di vergogna per le opere dell’uomo.

Ora facciamo uno sforzo di immaginazione. Siamo in una Polis immensa, globale, dove la legge suprema c’è ed è scritta, ma non importa a nessuno. È governata da un Egemone (i Re non ci sono più, siamo in democrazia) che produce a ritmo continuo leggi isteriche, scollegate, prive di ogni senso (non crudeli, la crudeltà non c’è più) al solo scopo di rendere difficile il facile tramite l’inutile. Anzi, peggio: creando minacce inesistenti.

In una situazione del genere uccidersi come fece Antigone non avrebbe senso. Sarebbe un sacrificio che non farebbe notizia neppure in certi programmi delle venti e trenta.

In una simile Polis la tragedia sarebbe senza scopo.

“i fondamentali principi etici per la sopravvivenza […] saranno: imbrogliare, mentire, fuggire, truffare, procurarsi documenti falsi. […] Recatevi in Tribunale con un’auto rubata. Dite al giudice che se vi condanna, voi sostituirete le pillole anticoncezionali di sua figlia con aspirine” (Philip Dick  – Atti del convegno: L’androide e l’umano – 1972).

Il ridicolo sarebbe la nuova arma. Ma questa volta Creonte non si ravvedrebbe; sarebbe troppo stupido non solo per capire, ma anche per sopravvivere alla profezia di Tiresia.

 

(8 aprile 2022)

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