Home » Caro Direttore... » Caro Direttore, c’è chi Daspo e chi Buon Natale…

Caro Direttore, c’è chi Daspo e chi Buon Natale…

0Shares

di Marco Maria Freddi #CaroDirettore twitter@parmanotizie #Daspo

 

Caro Gesù,

in questi giorni si parla tanto del Natale, tra poco tu tornerai tra noi, rinascerai e troverai altro rispetto a ciò che hai lasciato lo scorso anno. Un piccolissimo essere vivente mutato ha segnato il destino dell’intera umanità e tutti, ma proprio tutti, anche coloro che in malafede vogliono farci credere alle logiche dei sistemi sovranisti, hanno compreso che ogni cosa è interdipendente, che non ci salveremo da soli e che se non riusciremo ad aprire la mente ed i nostri cuori, tutto ci crollerà addosso trascinando a fondo soprattutto chi, giovane, non ha contribuito a creare il disastro, il debito sociale che viviamo.

C’è una frase, caro Gesù, che mi ha segnato in quest’ultima parte dell’anno, una frase che con orgoglio e fierezza risuona come una mission o meglio, come una tetra ed enigmatica visione di società: “contribuire a riqualificare il tessuto locale tramite l’eliminazione dei fattori di marginalità ed esclusione”.

Sai, potrà non sembrarti vero ma la frase, la tetra ed enigmatica visione di società parla di persone, persone che da una parte rivendicano di vivere come il tessuto di una società di qualità, e dall’altra persone ritenute fattori marginali da escludere, scarti umani che minacciano il vivere nel pregiato tessuto sociale dei primi. Tutte le città hanno una quota parte di poveri, per lo più poveri figli di poveri, esclusi perché malati, esclusi perché non a tutti è dato di avere le stesse possibilità minime in partenza per poi giocarsela, non a tutti è dato e per questo, per chi non può farcela, c’è il daspo urbano.

Una legge, quella del daspo urbano, che posso riassumerti dicendoti che i poveri, spesso psichiatrici, danno fastidio, sono e rimangono tra noi, nelle stazioni o davanti alle chiese, le chiese che ricordano la tua nascita e la tua morte e siccome i servizi socio-sanitari non se ne fanno carico, i servizi psichiatrici inesistenti sul territorio non costruiscono percorsi di inclusione e autonomia, quei poveri che infastidiscono il buon tessuto di qualità cittadino vengono avvisati e poi nuovamente avvisati fino a quando, contravvenendo al daspo perché questo sarà senz’altro violato, finiranno nell’unico luogo cui il tessuto sociale di qualità ritiene essere adatto ai poveri: la discarica sociale del carcere.

Non mi unisco agli applausi dei benpensanti parmigiani per i daspo disposti a persone povere e malate, non applaudo alla questura, alla polizia di stato e alla polizia locale, ad assessorati, servizi psichiatrici e azienda USL, mi dissocio dai commenti trionfalistici di politici e cittadini perché la legge – peraltro rispettata – si è fatta forte con il debole, i più deboli che sono soli, al freddo e che malati, puzzano di merda.

Vedi, caro Gesù, il decreto-legge 20 febbraio 2017 n.14 che sembra rappresentare una meravigliosa misura di prevenzione a tutela della vivibilità e del decoro delle città, è stata pensata e scritta da chi brandisce i tuoi simboli, li brandisce mentre infetta le menti con racconti d’odio; croci e bibbie sono brandite da chi ha pensato e scritto questa legge e siccome l’attuale governo non l’ha cancellata, io sto con i poveri che bestemmiano ed anch’io, con loro, bestemmio così forte che il cuore mi si scalda e raggiungo te.

Una legge per liberarsi dei poveri dalle stazioni e davanti le chiese, come liberarsi dei bambini, sì proprio dei bambini che a te venivano, che ancora sono in carcere e che vivono e crescono in carcere per essere certi che le loro madri scontino la pena – la pena come fine, il carcere come luogo di repressione e pena dove la vendetta dello Stato diventa corpo, tutto in una nazione che ha dimenticato o meglio, tradito, i principi che sono alla base del nostro convivere, i principi di una umanità dimenticata.

Molte sono le ragioni, caro Gesù, per proseguire la lotta nonviolenta di digiuno per i bambini ancora in carcere e per i poveri, figli di poveri, il cui destino può essere solo il carcere.

Le mie bestemmie sono preghiere ai tuoi occhi, tu rinasci ogni anno io no, per me questo è il tempo, il tempo della nonviolenza e del dialogo con le istituzioni nella speranza che il dono, il tuo dono sia quello della ragione e del cuore perché soli non ci si salva ed anche i poveri, figli dei poveri che sono in stazione, davanti alle chiese o in carcere, sono i fratelli che dobbiamo salvare, salvarci tutti insieme per salvare noi stessi.

Buon Natale.

 

(1 dicembre 2020)

©gaiaitalia.com 2020 – diritti riservati, riproduzione vietata





 

 

 

 

 




0Shares

Commenti

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: