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Lettera aperta di Marco Maria Freddi a Sergio D’Elia

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Caro Sergio D’Elia, ti voglio bene. E proprio per questo ti dico una cosa scomoda.
Ho letto la tua lettera ad Alemanno su l’Unità e l’ho riletta. È bella, Sergio, davvero bella. Conosco la tua voce da troppo tempo per non riconoscervi dentro tutto quello che sei: la coerenza di una vita, la passione civile, la fedeltà a un’idea del diritto che non ha mai ceduto alla convenienza.
Quando descrivi il carcere — i polmoni, i denti, la scabbia, il fetore, la luce che manca — non stai facendo letteratura. Stai restituendo materialità, corpo a una sofferenza che la politica italiana preferisce non vedere. E quando chiudi con Caino e Abele come fratelli indissolubili, con il rischio che lo Stato diventi esso stesso Caino in nome di Abele, come non riconoscersi in queste tue parole, il linguaggio fatto corpo che viene da lontano, da Marco, dalla battaglia di una vita intera.
Ma è proprio perché ti voglio bene, Sergio, che non riesco a tacere su quello che la lettera non dice.
Tu chiedi ad Alemanno di spiegare a Vannacci cos’è il carcere. La domanda che mi faccio io è un’altra: Vannacci vuole saperlo? La sua posizione non nasce dall’ignoranza. Vannacci sa benissimo cos’è il carcere, e ha scelto deliberatamente da che parte stare. Ha detto che le pene devono “far penare, oltreché pensare”. Ha detto che tra Abele e Caino sarà sempre dalla parte di Abele. Ha detto, senza imbarazzo, che Caino deve marcire in carcere. E ha risposto direttamente a te, Sergio, e a Nessuno Tocchi Caino, ribaltando il nome della nostra associazione come uno slogan da comizio: “Nessuno tocchi Abele. Caino va in carcere.” Non è ignoranza, è scelta. È una filosofia punitiva consapevole che nega qualsiasi funzione rieducativa al sistema carcerario e che si pone agli antipodi di quello in cui noi, come Nessuno Tocchi Caino, crediamo, che il carcere vada abolito, che la pena non possa ridursi a sofferenza inflitta, che la civiltà di uno Stato si misuri nella sua capacità di non fare del dolore uno strumento di governo.
E Alemanno? Il giorno stesso in cui è uscito da Rebibbia — lo stesso giorno, Sergio — è andato a cena con Vannacci per saldare un’alleanza politica, accolto fuori dal carcere da chi brindava con il saluto del ventennio. Non ha risposto a nessuno che gli chiedeva come conciliasse quello che aveva visto dentro con le parole d’ordine del generale. Ha girato la testa e se n’è andato. Questa non è una conversione garantista ma una traiettoria politica già scritta.
Le denunce di Alemanno sulle condizioni di Rebibbia sono vere, tutto questo è reale ma la verità del carcere non rende automaticamente garantista chi la racconta. E affidargli un mandato pedagogico verso Vannacci, mentre lui costruisce con Vannacci un asse politico violento — quello della tolleranza zero, della remigrazione come deportazione travestita da concetto politico, del femminicidio che non esiste, del disprezzo per le persone LGBT, di Caino che deve marcire in carcere, delle pene che devono far penare, dei paracadutisti mandati a rastrellare Rogoredo, degli italiani da proteggere dalla soglia del 4% di stranieri — mi sembra un atto di fiducia che la realtà non autorizza.
La tua lettera è un manifesto bellissimo ma come strumento di interlocuzione politica reale, Sergio, la risposta di Alemanno è già arrivata. Ed è stata una cena con brindisi.
Ti voglio bene, compagno. Proprio per questo non potevo stare zitto. 

Riceviamo in redazione e pubblichiamo integralmente pronti a dare spazio, naturalmente, ad ogni replica.

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