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Ucraina… Ancora

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

Sono ormai dodici anni che una parte del mondo politico e mediatico italiano ed europeo chiede, in forme diverse, che l’Ucraina accetti la propria sconfitta. Dal 2014, anno dell’occupazione illegale della Crimea – ignorata dalla politica europea a causa della dipendenza energetica dell’epoca dalla Russia – e dell’inizio della guerra nel Donbass, fino all’invasione su larga scala del 2022 e al massacro di Buča, abbiamo assistito a una narrazione che continua a presentare la resa dell’aggredito come l’unica strada possibile per la pace.
Eppure, la realtà continua a smentire questa impostazione. Mentre a Kiev viene chiesto di rinunciare alla propria sovranità, la Russia prosegue una guerra che colpisce città, infrastrutture civili, luoghi della cultura e simboli religiosi dell’Ucraina.

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno 2026 la Russia ha lanciato contro l’Ucraina 70 missili e 611 droni in uno dei più vasti attacchi aerei dall’inizio della guerra di invasione. Secondo le autorità ucraine l’offensiva ha provocato vittime, feriti e danni diffusi alle infrastrutture civili. Tra gli edifici colpiti figura anche la Cattedrale della Dormizione all’interno della Kyiv Pechersk Lavra, uno dei luoghi più importanti della tradizione cristiana ortodossa dell’Europa orientale e patrimonio mondiale UNESCO.
La Lavra non è soltanto un edificio religioso. È parte della storia europea. È uno dei luoghi in cui si è formata l’identità culturale e spirituale di quella che oggi è l’Ucraina. Colpire un luogo simile significa colpire la memoria collettiva di un popolo e una parte del patrimonio comune europeo. Per questo motivo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito l’attacco uno dei più gravi crimini contro la cultura cristiana dall’inizio della guerra, mentre numerose istituzioni culturali e religiose ne hanno denunciato la gravità.

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La questione centrale però va oltre il singolo attacco. L’Ucraina non è una periferia della Russia. L’Ucraina è Europa. Lo è geograficamente, storicamente, culturalmente e sempre più chiaramente sul piano politico. Milioni di cittadini ucraini hanno espresso negli ultimi anni la volontà di vivere in uno Stato di diritto fondato sul pluralismo politico, sulla separazione dei poteri, sulla libertà di stampa e sull’integrazione europea. È questo il nodo che il Cremlino non ha mai accettato. Non l’esistenza di una minaccia militare, ma l’esistenza di una nazione che rivendica il diritto di scegliere autonomamente il proprio futuro.

Le rivoluzioni democratiche ucraine, dalla Rivoluzione Arancione del 2004 fino a Euromaidan nel 2013 e 2014, hanno rappresentato il tentativo di spezzare una tradizione di oligarchie, corruzione e subordinazione geopolitica per costruire istituzioni più vicine agli standard democratici europei. Questo percorso è stato difficile, incompleto e spesso contraddittorio, ma è stato sostenuto da una parte significativa della società ucraina proprio perché fondato sulla richiesta di più democrazia, più diritti e più partecipazione.

Da una prospettiva di sinistra di governo, il punto non è scegliere tra blocchi contrapposti. Il punto è stare dalla parte dei popoli contro gli imperialismi. Non esiste alcun internazionalismo credibile che possa considerare normale il diritto di una grande potenza di decidere il destino di una nazione vicina. Accettare questa logica significherebbe negare il principio stesso dell’autodeterminazione dei popoli che ha sempre rappresentato uno dei pilastri della sinistra democratica.

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Una sinistra di governo non può essere ambigua davanti a questa realtà. Può discutere gli strumenti, le strategie diplomatiche e il futuro assetto della sicurezza europea, ma non può smarrire la distinzione fondamentale tra chi invade e chi viene invaso. Difendere l’Ucraina significa difendere il diritto di un popolo a scegliere il proprio destino. Significa difendere l’idea che nessuna nazione debba appartenere a un impero e che nessuna potenza possa rivendicare il diritto di decidere il futuro di milioni di persone. Questa è una battaglia per la democrazia, per lo Stato di diritto e per un’Europa fondata sulla libertà dei popoli e non sulla legge del più forte.

Ed è proprio su questo terreno che si misurerà la credibilità della sinistra italiana come forza di governo. Non sulle dichiarazioni di principio, non sulle formule di compromesso utili a tenere insieme posizioni inconciliabili, ma sulla capacità di riconoscere che la libertà di un popolo aggredito non può essere negoziata in nome di un presunto realismo geopolitico. La questione ucraina rappresenta oggi uno spartiacque politico e morale. Da una parte c’è il diritto di una nazione europea a scegliere democraticamente il proprio futuro, a costruire uno Stato di diritto e a liberarsi definitivamente da una logica imperiale che ne ha condizionato la storia per secoli. Dall’altra c’è l’idea che le grandi potenze possano continuare a decidere il destino dei popoli più deboli. Sarà sulla posizione assunta di fronte all’Ucraina che verificherò la reale volontà della sinistra di essere una sinistra di governo. Perché non può esistere una forza progressista credibile che difenda i diritti sociali all’interno dei propri confini e resti ambigua quando un popolo europeo combatte per la propria libertà, la propria democrazia e la propria sovranità.

 

 

(16 giugno 2026)

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