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Il calcio è politica. Il Marocco del riscatto nazionalista

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

La nazionale marocchina viene celebrata come simbolo di orgoglio e appartenenza, ma questa narrazione regge solo se si rimuove il quadro politico che la sostiene. Walid Regragui, il tecnico della nazionale marocchina, ha costruito un gruppo che valorizza la diaspora e coinvolge le famiglie, soprattutto le madri, dentro un racconto di unità emotiva e patriottica. È una strategia efficace sul piano simbolico, ma non può cancellare la realtà di uno Stato che occupa il Sahara Occidentale da decenni e che usa il calcio come vetrina di legittimazione. La questione non è solo sportiva. È politica fino in fondo.

Il punto di partenza è storico e preciso. Nel Sahara Occidentale, fino al 1975, c’era la colonia spagnola. Quando la Spagna si ritirò, il Marocco occupò gran parte del territorio e scoppiò una guerra con il Fronte Polisario che è durata fino al 1991. In quell’anno venne raggiunto un cessate il fuoco sotto egida internazionale, con la promessa di un referendum di autodeterminazione che avrebbe dovuto permettere al popolo saharawi di scegliere il proprio futuro. Quel referendum non è mai stato fatto. Da allora il processo è rimasto bloccato e il popolo saharawi continua a vivere diviso tra il territorio occupato e i campi profughi, soprattutto in Algeria, in una condizione che dura da quasi cinquant’anni.

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Questa è la verità che il racconto ufficiale tende a nascondere.

Dakhla, meta turistica del Sahara Occidentale, è il simbolo più evidente di questa rimozione. Non è una promessa lontana né un progetto astratto. È già una meta turistica, già inserita dentro circuiti di investimento, già collegata da voli diretti con l’Europa, già trasformata in vetrina economica. Ma i benefici di questa trasformazione non vanno al popolo saharawi, che ne resta escluso, bensì allo Stato marocchino e agli interessi che orbitano attorno alla sua occupazione del territorio. È qui che lo sviluppo mostra il suo volto reale, non emancipazione, ma normalizzazione di un fatto coloniale attraverso il turismo e il capitale.

La similitudine con Gaza è necessaria, in entrambi i casi un territorio occupato viene raccontato come uno spazio da valorizzare, investire e rendere appetibile, mentre la popolazione originaria viene rimossa dal centro della scena. Si vende il mare, la costa, il paesaggio, l’idea di futuro, ma si cancella il diritto del popolo a esistere politicamente sulla propria terra. Quando questo accade, il turismo non è innocente. Diventa uno strumento di appropriazione e di legittimazione.
Dentro questa operazione entra anche Trump. Nel 2020 gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, legando quella decisione alla normalizzazione dei rapporti tra Marocco e Israele. Non fu un atto di giustizia, ma uno scambio geopolitico. Da quel momento la questione del popolo Saharawi è stata ancora più chiaramente trattata come una merce diplomatica, e Dakhla è diventata uno dei luoghi in cui questa logica si manifesta con più forza. Il potere non ha risolto il conflitto. Ha provato a renderlo utile.

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E intanto resta il silenzio, o peggio il disinteresse. Il popolo saharawi è da decenni confinato in una condizione che altrove avrebbe riempito le piazze di proteste, mobilitazioni e solidarietà internazionale. Ma qui il meccanismo è diverso, perché l’oppressione non porta la firma del cattivo Occidente in forma diretta e visibile, bensì quella di un alleato regionale che viene tollerato, sostenuto o ignorato. È questa la doppia morale che vale in Palestina come in Marocco. Se una terra fosse oppressa da Israele o da una potenza occidentale, l’indignazione sarebbe quotidiana. Quando invece a opprimere è il Marocco, il rumore si abbassa.

Anche per questo la storia della nazionale di calcio marocchina non può essere letta come una semplice favola di riscatto. Mentre il re vive nel lusso e la monarchia concentra potere e ricchezza, migliaia di marocchini sono costretti a emigrare in Europa, e un popolo intero, quello Saharawi, resta senza terra, senza referendum e senza soluzione politica. La nazionale di calcio può pure rappresentare una parte sincera della diaspora, ma non può diventare il velo che copre tutto il resto.

Se si vuole parlare di Marocco in modo serio, bisogna dire anche questo. Altrimenti non è analisi. È complicità.

Da una parte è vero che convivenza e integrazione sono processi lenti, che richiedono maturità sociale e responsabilità politica. Ma è altrettanto vero che chi si sente ferito dal razzismo del paese in cui è nato non può voltarsi dall’altra parte davanti al razzismo, alla violenza e all’oppressione che colpiscono il popolo Saharawi, proprio da parte dello Stato che considera la propria patria di origine come spazio di riscatto.

Qui sta la contraddizione che non si può eludere.

 

 

(11 luglio 2026)

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