di Marco Maria Freddi

Ho fiducia in Elly Schlein proprio perché da lei mi aspetto una scelta netta. Non la costruzione dell’ennesimo contenitore politico nato per tenere insieme culture e interessi che guardano in direzioni diverse, ma un programma di governo chiaramente ancorato ai bisogni delle persone, del lavoro, della giustizia sociale e della riduzione delle disuguaglianze.
La crisi della politica non nasce dall’eccesso di radicalità della sinistra, come ci viene ripetuto da anni. Nasce dalla sua progressiva rinuncia a rappresentare con chiarezza i conflitti reali della società. Quando una forza di sinistra e progressista smette di distinguersi dalle ricette liberali e accetta il terreno imposto dagli avversari, finisce per apparire irrilevante proprio a quelle persone che dovrebbe rappresentare.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a mobilitazioni importanti attorno a temi che la politica istituzionale continua a inseguire senza riuscire davvero a interpretarli. Migliaia di giovani si sono impegnati nelle campagne referendarie, nelle manifestazioni per la pace, nelle mobilitazioni per il clima, contro la precarietà e per il diritto alla casa. Esiste una generazione che continua a parlare di salari insufficienti, contratti precari, affitti insostenibili, emergenza climatica, diritti e welfare.
Eppure, questa energia sociale non trova una traduzione politica credibile. Da un lato migliaia di persone continuano a mobilitarsi su temi concreti, dall’altro cresce la distanza dalle urne, come hanno mostrato anche le recenti elezioni locali. Già il giorno successivo alla vittoria del No scrivevo che, senza una proposta politica concreta capace di raccogliere quella mobilitazione, gran parte di quell’energia sarebbe rimasta confinata alle singole battaglie e non si sarebbe trasformata in partecipazione elettorale. E al di là della scelta politica del NO, è una convinzione che continuo a ritenere valida anche oggi, alla luce dell’evoluzione del quadro politico.
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Al netto di slogan spesso distruttivi e privi di capacità alternativa e di governo, che hanno finito per contaminare lo stesso Partito Democratico, è esattamente in questo nodo che emerge il limite della rincorsa permanente del centro.
Da anni una parte della sinistra sembra convinta che la strada verso il governo passi necessariamente attraverso l’adattamento alle sensibilità moderate. Ma il centro non è una terra di nessuno in attesa di essere conquistata. È uno spazio politico che possiede una propria cultura, una propria visione economica e propri riferimenti sociali.
Marina Berlusconi ha più volte rivendicato l’attualità di una cultura liberale, moderata, europeista e atlantista. È una posizione legittima e coerente. Per questo considero sempre meno convincente l’idea che un progetto che voglia caratterizzarsi come sinistra progressista debba costruirsi incorporando culture politiche che si riconoscono in quella tradizione. Al contrario, ritengo più probabile che il mondo liberale trovi una propria rappresentanza autonoma, attraverso convergenze tra Forza Italia, Azione e Italia Viva, piuttosto che all’interno di un progetto di sinistra.
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A mio parere, proprio per coerenza con la propria identità, Forza Italia dovrebbe marcare con maggiore chiarezza la propria distanza dalle destre radicali di Fratelli d’Italia e Lega, nella misura in cui il ceto produttivo che storicamente rappresenta è consapevole che l’allineamento con dinamiche politiche influenzate da figure come Trump e Putin non è compatibile con gli interessi economici e con la stabilità europea. In questa prospettiva, Forza Italia, Azione e Italia Viva possono convergere come forze di centro credibili nel contesto europeo, costruendo una linea autonoma, riconoscibile e coerente, distinta tanto dalla destra quanto dalla sinistra.
L’illusione non è pensare che il centro possa esistere. L’illusione è pensare che una forza di sinistra e progressista possa recuperare credibilità annacquando la propria identità per inseguirlo.
Le forze liberali rappresentano interessi e priorità diversi da quelli che una sinistra dovrebbe assumere come riferimento. Negli ultimi decenni il dibattito pubblico è stato dominato dall’idea che la competitività economica richiedesse meno tutele per il lavoro, meno intervento pubblico, minore progressività fiscale e una crescente privatizzazione dei servizi. I risultati sono evidenti: salari stagnanti, precarietà diffusa, disuguaglianze crescenti e un progressivo indebolimento della capacità dello Stato di garantire diritti universali.
Per questo non credo che il tema decisivo sia la sopravvivenza o meno di una singola forza politica. Il punto centrale è la costruzione di una visione di società. Le leadership possono essere importanti, ma senza un progetto riconoscibile restano strumenti privi di direzione.
Una coalizione che nasce esclusivamente per battere Giorgia Meloni rischia di esaurire rapidamente la propria funzione. Senza alcuna polemica, continuo a pensare che un semplice “no” all’avversario non sia stato sufficiente a costruire consenso per il 2027. Una coalizione di sinistra che si fondi su un programma riconoscibile e che non subordini la propria identità all’inseguimento del centro può invece costruire consenso duraturo, soprattutto tra i giovani e tra quella vasta parte di cittadini che oggi sceglie di non votare.
Per questo il punto centrale della coalizione dovrebbe essere il programma.
Un programma che affronti la questione salariale attraverso il salario minimo legale, che contrasti la precarietà, che intervenga sull’emergenza abitativa con politiche pubbliche sugli affitti e sull’edilizia sociale, che rifinanzi la sanità pubblica e la scuola, che recuperi la progressività fiscale prevista dalla Costituzione, che investa nella conversione ecologica dell’economia senza scaricarne i costi sui cittadini, che torni a considerare la pace, la cooperazione e la diplomazia come strumenti fondamentali della politica internazionale, avanzando proposte concrete per costruire giustizia e pace e che riconosca che solo attraverso una maggiore condivisione di sovranità in Europa si può costruire un futuro positivo per i nostri figli.
Sono queste le questioni che possono riportare al voto chi oggi non si sente rappresentato. Non la ricerca infinita di formule organizzative sempre più larghe e sempre più indistinte.
La sfida non consiste nel costruire un altro contenitore. Consiste nel restituire alla politica una direzione riconoscibile.
Se una parte così ampia della società continua a non votare, non è perché le differenze tra le forze politiche siano troppo marcate. Molto spesso accade il contrario: troppi cittadini non riescono più a distinguere quale idea di società venga proposta.
Una sinistra che rinuncia a rappresentare il conflitto sociale per inseguire l’equilibrio permanente rischia di trasformarsi nell’amministrazione dell’esistente. Una sinistra che torna a parlare di lavoro, redistribuzione della ricchezza, diritti individuali e sociali, partecipazione democratica e giustizia può invece ricostruire un rapporto con quelle energie che si esprimono nelle piazze o che scelgono di non recarsi alle urne, e che attendono ancora di trovare una casa politica credibile.
(30 maggio 2026)
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