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L’eredità sovietica ed il sistema putiniano

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di Vanni Sgaravatti

Uno Stato che esalta la propria potenza, che risulta ai cittadini consenzienti come un padre severo, custode dei valori legati alla forza, sono i riferimenti non solo di una dirigenza russa rimasta culturalmente isolata per decenni, ma anche di una popolazione educata per decenni al potere centrale dello stato e che risultò presto manifestarsi come anti-cosmopolita, antiebraica, antioccidentale e anti-mercato.

Queste erano, in sostanza, le componenti dello stalinismo che però alimentarono un’articolata propaganda, che poteva allacciarsi agli umori di gruppi antisistema, sia di sinistra che di destra, in particolare in Italia, dove la disillusione e la crisi nelle istituzioni e dei partiti progressisti era più forte che in altri paesi.

Queste componenti, che in Russia si svilupparono in forme nuove, furono alimentate da un periodo di entrate finanziarie molto cospicue dovute alle risorse energetiche che la Russia possedeva e che dopo la crisi degli anni ’90, poterono godere di prezzi alti e di costi ribassati per non dover mantenere un sistema sovietico troppo oneroso. In realtà, la grande parte dei burocrati, dirigenti ed impiegati, che avevano perso lo status che avevano in epoca sovietica incolpavano il liberismo di mercato, che, in realtà, non c’è mai stato. E non per le disuguaglianze che, comunque, non erano diminuite, ma perché aveva indebolito quell’apparato centrale, forte e rassicurante che aveva costituito la propria formazione di base.

Un’altra eredità sovietica fu quella dei passaporti interni che permettevano di controllare e selezionare chi stava nelle grandi città come Mosca e San Pietroburgo che godevano di privilegi rispetto ai cittadini delle campagne e dei centri minori, che sapevano di doversi meritare il passaggio e la promozione a cittadini delle grandi città.

Questi ultimi hanno costruito una classe piccolo borghese, abituata a godere di questi privilegi attraverso lo sfruttamento degli altri, una specie di colonizzazione interna e quindi una classe conformista rispetto al potere. Costituendo quella base di consenso per le politiche autoritarie putiniane. È vero che un certo umanesimo russo, a partire da Gorbaciov si introdusse nelle grandi città, ma era privo di quella maturazione sociologica e culturale che gli altri paesi avevano affrontato dopo la guerra e, soprattutto, non riuscì ad inserirsi per i motivi riportati nella classe piccolo borghese cittadina. L’eredità sovietica lasciò un paese con un tasso di suicidi e di alcolismo spaventose, che passò dai 3 su 100.000 abitanti nel 1913, ai 42 prima del crollo dell’Urss, ai 66 dopo il crollo, quando in Italia se ne registravano 7 su centomila. Insieme alle tante persone che rimpiangevano la perduta posizione sociale, la base del consenso di Putin contava sulle tante enclave, risultato delle deportazioni ed emigrazioni forzate, che hanno fatto parte di aree industriali ex sovietiche, beneficiarie del miglioramento della situazione, reso possibile dalla vendita delle risorse energetiche e dalle minori spese per la contrapposizione egemonica mondiale (sostituita da una maggiore capacità di corruzione e collusione). Miglioramento che contribuì a contenere il disastro, ma alimentarono nel ri-orientamento di quei settori produttivi piombati in una profonda crisi un ulteriore risentimento verso l’occidente ed il mercato.

In sintesi, quindi, un risentimento verso il capitalismo occidentale, colpevole, secondo la narrazione russa di aver fatto crollare un sistema che assicurava alcune condizioni di sopravvivenza, riferimenti ideologici e quella certezza del padre-padrone che indirizzava tutto il sistema.

Si creò, inoltre, una Russia bipolare, con zone urbane dove gruppi di giovani, affamati di bisogni di consumo diedero vita ad una pluralità di organizzazioni che tanta ammirazione produssero in occidente, a fronte, però, di un altro polo vittima della spaventosa inefficienza delle strutture sociali, eredità della povertà sovietica.

Su 4000 ospedali distrettuali, 1000 non avevano fognature, 2500 non avevano acqua corrente calda e 700 non avevano acqua corrente di nessun tipo, mentre il crollo del sistema pensionistico portò una marea di anziani in crisi totale. Aumentò ancora lo spaventoso tasso di alcolismo e persino la lotta contro quella dipendenza fatta da Gorbaciov non portò al miglioramento della situazione, ma ad un proliferare di una malavita che diventò poi strumento di corruzione per il mondo occidentale da parte dell’FSB e di Putin. I cali demografici in Russia furono pesantissimi, con tassi di fertilità crollati a livello dell’Italia e con aspettativa di vita che ribaltò la crescita del XX secolo, calando rispetto ai 63 anni raggiunti negli anni 60. La Russia ereditò, perciò, un calo demografico di milioni di persone, in parte compensato dall’immigrazione dalle altre repubbliche ex sovietiche e che spiega l’attuale politica di deportazioni forzate dalle zone di guerra. Ma oltre a quelle citate, cioè quelle con un impatto sociale diretto, altre sono le eredità sovietiche: il sistema di corruzione e di complotti, di scambi e di favori che alimentava la sensazione di totale sudditanza del cittadino rispetto al potere dello stato e delle diverse corruttele.

E poi il sistema a caste, i privilegi ufficialmente concessi alla classe politica, la disuguaglianza considerata accettabile, le disuguaglianze di genere in cui le donne lavoravano di più e venivano pagate di meno, l’apparato di sicurezza che si infiltrava in tutti i posti pubblici, la giustizia fatta a colpi di ordini telefonici ed i casi giuridici importanti decisi dalla Duma. E ancora, la mancanza di un sistema fiscale e la ricostruzione di un inesistente sistema bancario, che portò ad un’ulteriore crescita del malaffare, alla proliferazione di un’economia sommersa (oltre il 35%), la bassa produttività delle enormi aziende ex sovietiche che coincidevano con intere città, il cui valore era stato gonfiato negli anni sovietici e che comportò il crollo del sistema socioeconomico di popolazioni siberiane di circa 11 milioni di persone.

Gli errori di Yeltsin e della nuova classe politica furono quelli di allearsi con gli oligarchi per vincere le elezioni del 1996, sostituendo il potere del comitato centrale con quello dell’amministrazione presidenziale senza alcuna riforma.

In conclusione, come si fa a maturare valutazioni sul comportamento della dirigenza russa, ad esempio nel conflitto in corso, se non si conosce nulla della storia dei rapporti tra Russia e Ucraina e, come tento di riassumere in questo articolo, dell’eredità dell’esperienza sovietica? Si fanno, interpretazioni molto superficiali quando pensiamo che il problema sia stato la disillusione di popoli ex sovietici, cioè di persone che si risvegliassero dall’ubriacatura del consumismo, inizialmente seducente.

E andrebbe aggiunto il peso del passato di orrori e repressione sovietiche, come ho riportato in altri articoli, con cui nessuno in Russia ha davvero, quando, in Italia, ad esempio, una classe si è pentita e dissociata dal passato fascista, anche se talvolta in modo ipocrita,.

Di questa cecità russa, ci sono degli esempi lampanti. Un comandante delle squadre di esecuzione in Polonia nel 1940, si vantava negli anni 90 di aver fatto il suo dovere, come lo dicevano, vantandosene, quei magistrati che condannarono e repressero duramente i contestatori negli anni 70, deportati nei Gulag.

In Italia, nessuno avrebbe potuto vantarsi del passato fascista, mentre in Germania sono noti i film sui complessi di colpa e sull’abitudine a nascondere il proprio terribile passato di iscritti al partito nazista.

Non è una questione di chi è meglio o peggio. Non ha alcun senso fare una graduatoria, ma lo è rispondere a questa domanda: come viene influenzata la politica di un grande paese nucleare, se la classe dirigente non ha mai fatto i conti con un passato come quello sovietico, in particolare se stalinista dell’holodomor?

Persino la Chiesa Russa che nel ’91 sembrava rinascere, vittima di enormi sofferenze e persecuzioni, imboccò la strada che aveva tracciato Stalin, quando dopo la guerra aveva riammesso il Patriarcato di Mosca, classificando i religiosi in tre categorie, in base al livello di collaborazione con il potere statale e centrale. Questa è la scarsa religiosità e il rapporto succube con il potere centrale, con cui la nuova classe ortodossa è cresciuta.

E infatti, la scelta di Putin di celebrare la vittoria del Nazismo al posto della rivoluzione di ottobre è stato un modo per allacciarsi alla figura di Stalin, non come rappresentante dell’ideologia sovietica, ma della potenza imperiale della grande Russia.

Dall’altra parte, gli errori occidentali sono stati tantissimi, ma non certo quelli di contrapporsi e di mettere in un angolo la Russia: tutt’altro. Si fece finta che il problema dell’eredità sovietica fosse risolto e ci si affidò al commercio, al posto della politica, per ricomporre o meglio nascondere conflitti e contraddizioni e gli effetti di un’eredità che sobbollivano sotto la cenere. Come conseguenza di questo contesto davvero critico, la nostra Europa, in particolare, commise l’errore di non valutare la questione dei confini. Le dichiarazioni di un Europa senza confini, non voleva essere politicamente e consapevolmente una dichiarazione di allargamento ad est, come le persone banalizzano, con il senno del poi. Le intenzioni erano quelle di costruire una casa per tutti quelli che abbracciavano i valori costituenti.

Poi, però, si è tradotta in una burocrazia amministrativa fatta di requisiti e caselle da compilare per appartenere all’Europa, facendo finta che questi requisiti imposti non esistessero, mentre la Russia, contemporaneamente, si rifugiava nella matrice politico-culturale disponibile: quella aggressiva, autoritaria, oligarchica e autarchica.

 

(18 giugno 2023)

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